Viterbo – (b.b.) – “Ti faccio venire a cercare da mio figlio. Tanto so dove abiti e dove lavori. Io ti rovino”. Le minacce arrivavano per telefono. Tramite messaggi audio o chiamate. A raccontarle una delle vittime della coppia finita in manette per estorsione aggravata in concorso. Madre e figlio di 60 e 30 anni, arrestati dai carabinieri lo scorso primo marzo.
Secondo l’accusa avrebbero scelto sui social profili di uomini soli e vulnerabili, chiedendo loro dei soldi e poi minacciandoli, in caso di rifiuto. “Se non mi mandi 150 euro oggi, ti rovino” si sarebbe sentito dire Antonio, 50enne, che ieri mattina ha deciso di raccontare la sua storia su Rai1 a Storie Italiane, condotto da Eleonora Daniele.
Antonio racconta la sua esperienza a Storie Italiane
Lui, come altri due uomini – quelli almeno finora individuati dai carabinieri -, è stato adescato su Facebook tramite un profilo falso, che credeva appartenere a una donna. In realtà, secondo l’accusa, a nascondersi dietro quell’identità, ci sarebbero stati madre e figlio. Che prima hanno sedotto l’uomo, poi lo avrebbero iniziato a ricattare. Continue richieste di denaro, che sono sfociate in minacce.
“Io lavoro tutto il giorno come muratore e la sera sto con mia madre – racconta Antonio, spiegando come sia nata l’intera vicenda -, magari inizio a guardare il telefono, e purtroppo mi sono ritrovato in questa situazione molto strana. Ho conosciuto questa qua tramite Facebook, andava tutto bene e ho iniziato a lasciarmi andare. Una volta mi ha chiesto dei soldi per pagare le bollette della luce l’affitto e, da persona buona come sono l’ho aiutata. Queste richieste – prosegue -, sono poi continuate, mi diceva che doveva prendere la disoccupazione e doveva lavorato e che quindi mi avrebbe ridato i soldi. Purtroppo non è andata così”.
Antonio racconta la sua esperienza a Storie Italiane
Successivamente sono arrivate le prime intimidazioni e minacce. “Continuava a chiedermi prestiti e io non avevo più soldi, mi ricattava e mi minacciava. Diceva di pubblicare alcune mie foto e che mi avrebbe fatto cercare da suo figlio. Sotto casa, a lavoro. Io ho iniziato a impaurirmi – spiega -. Sono anche andato sotto con il conto in banca. Ho dovuto vendere una Vespa a cui tenevo molto e ho rischiato mi levassero la macchina perché ho avuto il conto in rosso in banca per circa sei, sette mesi. Poi per fortuna sono arrivati i carabinieri, che ringrazio di cuore, a togliermi da questa bruttissima situazione. Non dormivo più la notte”.
E con questa donna, con cui Antonio chattava e si scambiava messaggi, non c’è mai stato alcun incontro di persona. “Mi diceva ci vediamo, andiamo a cena insieme”, sottolinea la vittima, “ma non l’ho mai vista, perché alla fine trovava sempre una scusa. Erano tutte menzogne, ma l’ho capito dopo. Così come le foto. Mi mandava delle foto nuda, penso rubate da qualche altra identità”.
Viterbo – La caserma dei carabinieri
A far scattare le indagini dei carabinieri, che hanno portato all’arresto della coppia ora ai domiciliari con braccialetto elettronico, il tentativo di suicidio da parte di una delle vittime adescate. L’uomo, anche lui di mezza età come Antonio, sarebbe stato sedotto e minacciato. Richieste talmente pressanti da spingerlo a cercare di togliersi la vita.
“La prima volta che mi ha chiesto i soldi – conclude Antonio -, non mi sono insospettito, poi alla fine mi sono reso conto. Non so come sarebbe potuta andare a finire se i carabinieri non mi avessero salvato. Io faccio l’operaio, prendo uno stipendio normale, poi per fortuna io vivo con mia madre, se no sarei finito sotto a un ponte. Le ho dato circa diecimila euro in sei-sette mesi, non so se rivedrò più i miei soldi”.
– Accusato di aver fatto prostituire una donna, minaccia il suicidio – Madre e figlio in manette
Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


