Tribunale – Gli ex sindaci Cuzzoli (a sinistra) e Sangiorgi (a destra) dopo la sentenza d’assoluzione in primo grado del 2018
Viterbo – Veleni nel lago di Vico, da una parte la soddisfazione degli ex sindaci assolti con formula piena e dall’altra le preoccupazioni degli ambientalisti per lo stato di salute del bacino dei Monti Cimini.
Il giorno dopo la sentenza di secondo grado, che ha confermato mercoledì sera quella del tribunale di Viterbo del 2018, “perché il fatto non sussiste”, hanno tirato un sospiro di sollievo, dopo anni e anni passati a difendersi, gli ex sindaci di Caprarola e Ronciglione, Alessandro Cuzzoli e Massimo Sangiorgi, difesi rispettivamente dagli avvocati Luca Chiodi e Antonello Stella.
“La conferma dell’assoluzione di cinque anni fa da parte dei giudici della corte d’appello – sottolinea il difensore Luca Chiodi – ha tanto più valore se si considera che è giunta dopo un processo di primo grado e un processo bis che sono stati lunghi e complessi, nel corso dei quali si è tenuta una più che approfondita istruttoria, durante la quale sono stati ascoltati fior di testimoni e consulenti, confermando alla fine quella che è stata la perizia del professor Gallina durante l’incidente probatorio. Sarà interessante leggere le motivazioni, quando saranno depositate, ovvero tra 90 giorni. Possiamo dire di non avere tralasciato nulla, di avere studiato ed esserci documentati, durante questi anni, per arrivare a questo risultato”.
Il lago di Vico visto dal belvedere dei deltaplani
Sei le parti civili tra le quali, oltre a due provati cittadini, il Comitato acqua potabile, Codacons, Codici ambiente e Accademia Kronos, quest’ultima assistita dall’avvocato Ottavio Maria Capparella il quale, prendendo atto dellas sentenza, invita alla prudenza in attesa delle motivazioni.
“Successivamente valuteremo il da farsi. Ovviamente per noi non si tratta di una resa – tiene a precisare Capparella – perché durante il processo è comunque emersa una situazione del lago di Vico che è molto preoccupante, compromessa, anche se la corte d’appello ha deciso che non può essere addebitabile, nel 2023, ai sindaci del lontano 2007-2011. Da parte nostra c’è ovviamente una situazione di controllo”.
“Il Tar ha imposto alla Regione Lazio, grande assente di questo processo, di determinare e individuare le zone di controllo, in cui non possono essere dati i pesticidi, per evitare che tutto quello che si dà poi si riversi nel lago. Sono usciti tutta una serie di provvedimenti, anche gli stessi rapporti dei medici per l’ambiente sulla situazione della salute umana, eccetera. A fronte di questi enormi progressi, le valutazioni che sono state fatte sulla situazione del lago di Vico non possono limitarsi a una vicenda 2007-2011”.
“Riteniamo, come associazioni ambientaliste, che, alla luce delle evidenze emerse nel processo, la situazione del lago di Vico meriti un approfondimento, ulteriori iniziative. Che l’assoluzione non venga preso come un ‘ah, allora è tutto perfetto’. Su questo non c’è soggiacenza alcuna, per questo ci riserviamo di valutare il contenuto delle motivazioni della sentenza, senza creare allarmi”.
L’avvocato Ottavio Maria Capparella
Al centro della lunga inchiesta che ha riguardato il lago di Vico, fiore all’occhiello della riserva naturale, le temute alghe rosse, la presunta eutrofizzazione delle acque, l’arsenico. Un rischio, secondo l’accusa, per la salute delle popolazioni che da tempo immemorabile ne facevano uso potabile, per arginare il quale non avrebbero fatto abbastanza i due ex sindaci.
Le loro ordinanze sull’uso dell’acqua potabile, in particolare, sarebbero state incomplete e poco chiare. Mentre per quanto riguarda il tema scottante dei presunti “abusi agricoli”, non avrebbero controllato adeguatamente l’uso di concimi e diserbanti nei noccioleti del lago. La colpa dei veleni per il pm Franco Pacifici, titolare del fascicolo della procura, non era delle “bombe” usate dai proprietari dei terreni, ma di chi ha permesso loro di sganciarle: “I sindaci che non hanno adottato provvedimenti utili a scongiurare il disastro”. “Dovevano limitare l’uso dei concimi – ha a suo tempo detto – in quanto autorità sanitaria locale, con delega per la salvaguardia del demanio regionale dal 2007”.
Per il pm Pacifici i sindaci erano colpevoli di non avere adottato, tra il 2007 e il 2011, tutti i provvedimenti utili a scongiurare il peggio. Indagati dalla procura per disastro colposo, omissione di atti d’ufficio e distribuzione al consumo umano di acque contaminate, Cuzzoli e Sangiorgi sono stati rinviati a giudizio il 18 maggio 2016 dal gup Savina Poli, al termine di un’udienza fiume durata quattro ore e mezza.
Mercoledì, a distanza di quasi sette anni da quel giorno, la corte d’appello di Roma ha confermato l’insussistenza delle accuse come avevano già fatto i giudici di primo grado.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


