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Viterbo – Rispetto ai duecentomila anni di storia dell’homo sapiens, i duemila dell’era cristiana paiono poca cosa ed ancora tutta da capire quanto al momento iniziale, un processo nell’aprile dell’anno 33. Accusa del sinedrio, la corte suprema degli israeliti; deferimento al re locale Erode da parte dell’Autorità romana d’occupazione; poi, prima della sentenza, la scelta al popolo: liberare il ladro Barabba oppure l’imputato, un predicatore di provincia di nome Gesù. I votanti della piazza, ispirati da capi politici e religiosi, preferiscono il delinquente. Perché?
Luciano Violante, magistrato e politico comunista di scienza ed esperienza, parlando il 19 novembre 2018 in un salone del senato, spiegò che “la scelta del popolo in favore di Barabba fu determinata da mancanza di informazione”, quella giusta. Dezinformacjia, si direbbe oggi alla russa, ma anche all’americana, pensando a come Bush e i suoi convinsero il mondo alla guerra in Iraq
Disinformazione, dunque, che il potere usa per perpetuare sé stesso. Oggi, Putin col sommo sacerdote Kyrill, da una parte, a rivendicare l’ortodossia morale di santa madre Russia rispetto al corrotto Occidente e, dall’altra, Colin Powell che mostra all’Onu false immagini di armi chimiche mai possedute da Saddam.
Nell’anno 33, i capi della sinagoga appena reduci della furia distruttrice dei commerci che nel tempio assicuravano loro affari e potere, preoccupati dagli sfamati della moltiplicazione dei pani e dei pesci in cerca del Nazareno per farlo re. Naturale, quindi, che informassero il popolo perché non credesse ad un messia figlio di falegname, il quale, disse ancora Violante, avrebbe “stravolto i rapporti di forza esistenti nella società ebraica” con i suoi discorsi e le sue azioni. Tanto più pericoloso, perciò, di un miserabile ladro.
Così il Cristo, sicuro di risorgere, fu messo a morte sotto Ponzio Pilato. Il funzionario di Roma imperiale che – data dapprima e per buon vivere soddisfazione ai più esagitati con un po’ di frustate al convenuto, interrogato senza trovargli colpe capitali – anziché invischiarsi in una bega locale con possibili reclami ai suoi capi di Roma, se ne lavò le mani, lasciando l’imputato al popolo disinformato e ai disinformatori.
Poi, però, secondo Voltaire, scrisse almeno due lettere di chiarimenti all’imperatore Tiberio, al quale non poteva far piacere essere informato che in quella parte del mondo aveva operato uno che si diceva Messia, l’atteso per liberare il popolo dalla dominazione straniera, il quale voleva “proibire il pagamento delle tasse e incitare alla rivolta”, e, a cena, l’ultima, ai dodici suoi commensali, cui aveva promesso “dodici troni per giudicare le dodici tribù d’Israele”, aveva pure ordinato (“metaforicamente?”, si chiede il matematico ateo Odifreddi che scrisse un libro con papa Ratzinger): “chi non ha una spada ne compri una”.
Disinformazione o almeno narrazione di parte. All’imperatore, perché quel nazareno aveva anche comandato di riconoscere a Cesare quanto gli spettava. Al popolo, dimentico del diritto alla beatitudine reclamato per i poveri, gli affamati, i sofferenti, gli esiliati, gli infamati e gli odiati.
Dezinformacija o intelligence che fosse, millenoventonovanta anni fs vinse Barabba. Se no, chissà.
Renzo Trappolini
