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Nega botte alla moglie, dopo la denuncia fu indagato per morte sospetta del suocero

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Carabinieri e 118 - Foto di repertorio

Carabinieri e 118 – Foto di repertorio

Viterbo – (sil.co.) – Si è difeso negando di avere mai picchiato la ex e madre dei suoi tre figli l’uomo che la sera del 9 agosto 2017 le avrebbe rivolto come ultima minaccia “te la farò pagare”dopo di che, la notte successiva, il suocero è morto nell’incendio della sua villetta.

Dieci giorni dopo l’imputato, un imprenditore, ha tentato il suicidio gettandosi dal quinto piano del palazzo dove era tornato a vivere coi genitori e ai familiari, nonostante sia stato prosciolto, è rimasto l’atroce sospetto che sia stato lui.

Davanti al giudice Ilaria Inghilleri, parte civile la presunta vittima, deve rispondere di maltrattamenti in famiglia e stalking. Quello dell’agosto 2017 sarebbe stato il secondo tentativo di togliersi la vita, dopo quello messo in atto, tagliandosi le vene, il 15 febbraio 2016. quando la ex moglie lo ha denunciato..

Dopo il tentato suicidio dell’agosto 2017, sarebbe stato ricoverato per quattro mesi in ospedale. “Per 45 giorni immobilizzato a letto, per le fratture riportate a entrambe le gambe”, ha sottolineato, spiegando quello che a detta sua sarebbe stato un calvario. “Non l’ho mai toccata per picchiarla – ha ribadito più volte – e se le ho inviato qualche messaggio che poteva apparire minaccioso, è stato a causa del fatto che stavo vivendo degli stati emotivi inimmaginabili”. 

I fatti, avvenuti in un piccolo centro del Viterbese, risalgono a un anno e mezzo prima della drammatica evoluzione, quando l’imputato avrebbe veramente rischiato di rimetterci la vita. Era il 15 febbraio 2016, quando la situazione sarebbe precipitata e la ex moglie si sarebbe convinta a denunciarlo, dopo essere stata percossa dal compagno.

All’arrivo dei carabinieri, il corpo del convivente fu trovato riverso a terra in un lago di sangue nella taverna dell’abitazione. Anche allora aveva tentato di togliersi la vita tagliandosi le vene dei polsi. Poco prima avrebbe detto ai tre figli: “La mamma è cattiva, mi vuole lasciare, vi seguirò dal cielo”. 

La coppia sarebbe andata a convivere quando la presunta vittima era ancora giovanissima. Avrebbero quindi tagliato i ponti con la famiglia di lei per otto anni, dal 2006 al 2013.

Casa loro sarebbe stata off limits anche per i genitori della donna: “Ho saputo che avevano avuto un terzo bambino solo quando mia figlia è stata ricoverata d’urgenza per un aneurisma nel 2013”, ha detto la madre sentita all’udienza del 17 luglio 2020. Dopo l’intervento la situazione sarebbe precipitata. 

Una versione confermata anche dall’imputato, che ha dato la colpa alla parte offesa: “Per 17 anni di convivenza fino al suo rientro dal ricovero di sei mesi, tra ospedale e riabilitazione, dopo tre interventi alla testa, eravamo stati una coppia invidiata e invidiabile. Poi lei è cambiata e la situazione è diventata insostenibile. Vivevamo da separati in casa, lei di sotto e io al piano di sopra”, ha detto. 

L’imputato, secondo l’accusa, sarebbe stato un marito e un padre padrone. “Quando è nato il primo figlio ha aggredito i medici in ospedale perché le avevano fatto un cesareo e lui voleva un parto naturale, sono dovuti intervenire i carabinieri”, “Viveva nel terrore che lui si potesse arrabbiare”, “Nel 2015 lei ha avuto un incidente e si è dovuta rifugiare per tre giorni a casa della madre, perché i figli le hanno detto ‘mamma, non tornare a casa che papà ti ammazza”, “Negli ultimi tempi lei dormiva di sotto e lui per ritorsione le teneva spenti il riscaldamento e l’acqua calda”, hanno raccontato la madre e la sorella.

Si è decisa ad andarsene di casa con i figli a marzo 2016, in seguito a un secondo intervento alla testa, per un altro aneurisma. L’imputato fece un falò con i lavoretti di scuola dei bambini e i vestiti della donna, iniziando a minacciare di morte lei e i familiari. Anche il padre e il cognato, scrivendo messaggi tipo: “Ti taglio mani e piedi, non ho altro scopo che rendere la tua vita un inferno”. 

La sera prima dell’incendio in cui ha perso la vita il padre, nell’agosto 2017, l’imputato l’avrebbe inseguita mentre era in macchina con i figli. Il più grande l’avrebbe difesa mentre il padre le rompeva gli occhiali. Sono intervenuti i carabinieri. L’avrebbe minacciata per l’ultima volta: “Te la farò pagare”. La notte stessa il suocero è morto nel rogo della sua villetta di legno in campagna e dieci giorni dopo l’imputato ha tentato il suicidio gettandosi da una finestra.

“Ha detto a mia figlia ‘te la farò pagare’ e la notte stessa mio marito è morto nell’incendio. Guarda caso ha tentato il suicidio poi è sparito, siamo sicuri che sia stato lui ad appiccare il fuoco. Eravamo a un punto che ogni volta che squillava il telefono tremavo temendo che fosse successo qualcosa di brutto”, ha ribadito la madre della vittima al termine dell’interrogatorio.


 – “Ha detto a mia figlia ‘te la farò pagare’ e la notte stessa il padre è morto in un incendio”


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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