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In auto coi martelli per “addrizzare” ristoratore, prescrizione per il boss Giuseppe Trovato

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Giuseppe Trovato

Il boss Giuseppe Trovato

Mafia a Viterbo - Spartak Patozi

Il sodale Spartak Patozi

Viterbo – Mafia viterbese, si è chiuso ieri con la prescrizione il processo delle “martellate al ristoratore” a carico del boss Giuseppe Trovato e del sodale Spartak Patozi.

Al centro i due martelli trovati sul tappetino posteriore della vettura di Trovato, oggi 48enne, la sera del 20 dicembre 2017.

Erano le 22,15 quando la coppia fu fermata dai carabinieri al Riello, proprio davanti alla sede del comando provinciale dell’arma.

Secondo quanto emerso successivamente, stavano andando a picchiare per ritorsione il ristoratore ustionato durante una ceretta al centro estetico di via Santissima Maria Liberatrice.

Oltre ai due martelli, motivo per cui erano imputati di porto abusivo di oggetti atti ad offendere, gli investigatori nel corso dell’operazione sequestrarono anche tre paia di guanti e tre passamontagna nascosti nel vano della ruota di scorta.

Quattro giorni prima, la sera del 16 dicembre 2017, Trovato e Patozi erano stati già fermati, sempre secondo quanto emerso nel corso delle indagini sfociate nei tredici arresti del 25 gennaio 2019, mentre stavano pedinando la vittima.

Il processo, che si è aperto il 24 marzo 2021 davanti al giudice Silvia Mattei, si è concluso ieri davanti al giudice Alessandra Aiello, alla presenza degli imputati, in collegamento video dalle carceri dove sono detenuti.

Trovato era difeso dall’avvocato Marco Valerio Mazzatosta anche per il collega Giuseppe Di Renzo, mentre Patozi era assistito dall’avvocato Floro Sinatora. I legali hanno chiesto l’assoluzione nel merito. Sinatora, in particolare, ha ricordato come all’epoca Patozi, oggi 35enne, fosse incensurato, la macchina non fosse la sua e i martelli fossero nel vano piedi posteriore, mentre il resto nel vano della ruota di scorta.

Il giudice Aiello, ritenendo non ci fossero gli estremi per assolvere gli imputati nel merito, ha dichiarato il non luogo a procedere per estinzione del reato in seguito a intervenuta prescrizione, maturata lo scorso 24 febbraio. 

Trovato è stato condannato in via definitiva dalla cassazione lo scorso 31 gennaio a 12 anni e 9 mesi di reclusione per associazione di stampo mafioso nell’ambito dell’operazione Erostrato della Dda di Roma che il 25 gennaio 2019 ha sgominato un sodalizio criminale italo-albanese attivo a Viterbo nel biennio precedente. Patozi, invece, è stato condannato in via definitiva a 8 anni e 8 mesi. Entrambi sono detenuti in regime di carcere duro, al 41 bis, per la raffica di intimidazioni e attentati incendiari che hanno messo a ferro e fuoco il capoluogo tra il 2017 e il 2018.


“Il ristoratore ha bisogno di un’addrizzata”

Risale al 13 dicembre 2017 il blitz del boss Trovato e del parrucchiere al ristorante del cliente insoddisfatto di un trattamento estetico per convincerlo, secondo l’accusa con metodo mafioso, a più miti consigli nel timore di azioni legali.

Dopo l’incontro Trovato, su tutte le furie per la scarsa “collaborazione”, minaccia ritorsioni contro la vittima, ipotizzando di bruciare la macchina del ristoratore. Poi di aggredirlo, dargli le botte, prenderlo a martellate e mandarlo in ospedale. 

Il 14 dicembre, Trovato, nel corso di una conversazione che è stata intercettata, dice all’interlocutore: “Il ristoratore ha bisogno di un’addrizzata”.

Trovato, sempre spiato dagli investigatori, decide di concretizzare quanto promesso, progettando due spedizioni punitive contro il ristoratore: una rapina la sera del 16 dicembre e un pestaggio “a martellate” la sera del 20 dicembre 2017.

“Temendo il peggio, li abbiamo fermati noi con la scusa di un controllo  il 16 dicembre e poi la sera del 20, mentre erano appostati in un parcheggio, pronti a prendere a martellate la vittima. Sull’auto avevano due martelli, tre passamontagna e tre paia di guanti, come avevamo sentito dalle intercettazioni”, ha spiegato l’allora comandante della compagnia carabinieri di Viterbo durante uno dei processi scaturiti dalla maxinchiesta della Dda di Roma. 

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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