Il tribunale ordinario di Roma
Viterbo – (sil.co.) – Condannato a 16 anni per lo stupro di una 17enne, l’ex buttafuori 23enne Daniele Nuomi è nuovamente alla sbarra.
Stavolta per stalking e minacce. Vittima un’altra diciassettenne, pronta a costituirsi parte civile al processo rinviato lo scorso 5 dicembre, quando l’imputato si era reso latitante, saputo che sarebbe dovuto finire in carcere in seguito all’aggravamento della misura per avere violato l’obbligo di dimora a Pomezia facendosi denunciare per truffa da un tassista e per stalking da una studentessa universitaria 25enne.
Nuomi, che si è poi costituito il 7 dicembre e da allora è detenuto a Regina Coeli, è comparso l’altro giorno, assistito dallo storico difensore Luigi Mancini, davanti al giudice monocratico del tribunale di Roma, che ha rinviato l’udienza a giugno, riservandosi sulla richiesta di riapertura dei termini da parte della parte offesa intenzionata a costituirsi parte civile al processo.
Presunta vittima, la stessa giovane sentita come testimone a porte chiuse lo scorso 20 settembre davanti al collegio del tribunale di Viterbo che ha condannato Nuomi a 16 anni di reclusione, confermati in secondo grado, per violenza sessuale, sequestro di persona e altri gravi reati a danno della minorenne della Tuscia.
Tra loro una “relazione”, sfociata anche in questo caso in un istantaneo fidanzamento con presentazione ai “suoceri”, durata poche settimane, tra le festività di fine 2019 e il mese di gennaio del 2020, durante la quale lui avrebbe cercato di costringere la minorenne a raggiungerlo nella camera dell’hotel dove alloggiava a Ostia, “non riuscendo nel suo intento per cause indipendenti dalla sua volontà”.
“Mi ha rintracciata su Facebook, poi ci siamo dati appuntamento in discoteca, dove ho visto subito che la situazione non era facile”, ha iniziato a raccontare in aula la ragazza, oggi ventenne, la cui testimonianza è stata chiesta dall’avvocato di parte civile della vittima viterbese, il legale Armando Fergola di Roma, per dimostrare la serialità delle condotte dell’imputato.
Non trovava le parole, la ventenne, sentita a porte chiuse dopo che è scoppiata in lacrime e singhiozzi, per facilitarle il compito. Testimone anche la madre.
L’avvocato Luigi Mancini
“Ti mando mia sorella” – La presunta vittima – che il 23enne avrebbe minacciato dicendole “ti mando mia sorella” – avrebbe riferito di essere stata presa per i capelli e a calci dall’imputato già al loro primo incontro in discoteca solo perché secondo lui avrebbe guardato altri ragazzi.
Scatti intimi rubati della figlia alla “suocera” – Nel mirino anche i genitori. Alla madre avrebbe mandato foto scattate di nascosto delle parti intime della ragazza, minacciandola di mandarle anche al padre, cui avrebbe detto falsamente che la figlia era incinta di lui.
“Ti brucio viva, ti ammazzo” – Oltre alla minaccia di mandarle sua sorella, Nuomi le avrebbe anche detto “ti pesto di botte, ti brucio viva, ti ammazzo”, minacciandola di ucciderle il padre, di mandare “qualcuno” ad ammazzarlo, nonché di danneggiare la macchina della madre.
Privata del telefono quando era con lui – Il 23enne avrebbe avuto il vizio di farle male prendendola per i capelli e l’avrebbe anche presa a pizzichi sui fianchi, dicendole “zoccola, puttana, mi fai schifo” e facendosi anche consegnare il telefono quando erano insieme, impedendole di contattare le sue amiche.
Cacciato di casa nel Viterbese – Pochi giorni prima, tra novembre e dicembre 2019, secondo quanto emerso durante il processo di primo grado celebrato a tribunale del Riello, avrebbe messo in atto condotte analoghe con la 17enne viterbese, i cui genitori lo hanno denunciato dopo essere stati aggrediti e malmenati quando, scoperto che aveva percosso la figlia, lo avevano cacciato di casa chiamando i carabinieri.
Finta crisi epilettica e “raid” a Belcolle – In quell’occasione, fingendo una crisi epilettica in caserma, era riuscito a farsi accompagnare dai militari al pronto soccorso di Belcolle, dove si sarebbe poi intrufolato tra i pazienti a caccia della giovane e dei suoi familiari, condotti in ospedale in seguito all’aggressione. All’epoca fu lasciato in libertà, per poi essere arrestato ad aprile 2020, in pieno lockdown, al termine delle indagini, su richiesta della pm Chiara Capezzuto.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

