Tribunale di Viterbo
Viterbo – (sil.co.) – Nel vivo il processo al 34enne denunciato dalla ex compagna 51enne che secondo l’accusa avrebbe picchiato tutti i giorni, dando fuoco al portone della sua abitazione quando lo ha cacciato di casa.
“Tu ti vuoi liberare di me, ma non ti libererai mai di me”, l’avrebbe avvisata. In seguito alla querela, il 34enne è tuttora sottoposto al divieto di avvicinamento alla vittima, parte civile con l’avvocato Enrico Valentini al processo per lesioni e maltrattamenti davanti al giudice Ilaria Inghilleri. I fatti sarebbero avvenuti tra il 2021 e il 2022 in un centro della provincia.
Ieri è stata ascoltata per l’accusa una conoscente cui la parte offesa avrebbe confidato che il compagno la picchiava, inviandole via Whatsapp foto dei presunti pestaggi.
“È successo due volte, il 15 o 16 agosto 2021 e il 7 marzo 2022. Non si vedeva il volto, ma parti del corpo con dei lividi”, ha riferito la donna, a suo tempo sentita a sommarie informazione in questura.
Ha confermato che avrebbero fatto coppia per circa un anno. “Lei aveva paura di lui, per sé e anche per suo figlio adolescente che avrebbe assistito alle aggressioni alla madre”, ha detto.
Il difensore di parte civile Enrico Valentini
Vittima piena di lividi dopo 12 giorni
La relazione, cominciata con una convivenza a casa della parte offesa solo nei fine settimana, è cominciata a maggio 2021 e si è conclusa a marzo di quest’anno in seguito alla denuncia del 6 marzo 2022, quando la cinquantenne si è presentata agli investigatori ancora piena dei lividi delle botte prese dodici giorni prima, il 22 febbraio, quando si è decisa a cacciarlo di casa.
Motivo per cui la notte tra il 4 e il 5 marzo le avrebbe appiccato il fuoco sulla porta dell’abitazione, secondo la pm Eliana Dolce, che ha coordinato le indagini dei carabinieri.
“Oggi facciamo due funerali”
La vittima sarebbe stata costretta a vivere in un clima di terrore dall’imputato, con precedenti per droga quando aveva appena 21 anni e poi anche per lesioni, maltrattamenti e stalking.
Il 22 febbraio sarebbe stata terrorizzata di fare tardi dalla sarta, per paura di quello che il trentenne avrebbe potuto farle. Lui quel giorno sarebbe dovuto andare a un funerale e al suo rientro a casa l’avrebbe riempita di botte accusandola di fargli fare tardi. Talmente tanti pugni e calci da avere ancora vistosi lividi dopo dodici giorni.
Con l’occasione l’avrebbe anche minacciata di morte dicendole mentre la picchiava la frase “oggi ne facciamo due di funerali” e, irridendola mentre piangeva,”tanto a te sta bene che ti faccio questo”.
Confidenze su Facebook e Whatsapp
Il 30 luglio 2021 sarebbe stata picchiata in piazza davanti agli amici. Tra i testimoni un amico conosciuto su Facebook, cui la cinquantenne, tra il 15 e 16 agosto 2021, avrebbe confidato di essere stata malmenata dal compagno, inviandogli anche una foto.
Avrebbe invece raccontato e inviato foto su Whatsapp del portone bruciato la notte tra il 4 e il 5 marzo 2022 alla sua migliore amica da trenta anni, una ex compagna di scuola delle superiori, chiedendole se il marito potesse installarle una nuova telecamera.
“Costretta per gelosia a tagliare tutti i ponti con gli amici”
“Quando ha conosciuto e ha iniziato a frequentare l’ex compagno, per via della gelosia di quest’ultimo, ha dovuto tagliare i ponti con tutte le sue amicizie sia telefonicamente che attraverso i social”, ha detto l’amica, sentita dopo la denuncia.
“Io personalmente ho cercato di esserle vicino dicendole che in qualunque momento ne avesse avvertito il bisogno mi avrebbe potuta contattare”.
“All’inizio della relazione, mi disse che si era innamorata perché pur essendo molto più giovane di lei, la faceva ridere e stare bene. Con il passare del tempo le telefonate si sono diradate, fino a non esserci più”, ha proseguito.
– La riempie di botte e le brucia il portone, dopo 12 giorni è ancora piena di lividi
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

