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Viterbo – (sil.co.) – Il 12 agosto dell’anno scorso ha denunciato il marito dopo essere stata costretta a scappare di casa in seguito all’ennesima aggressione quando l’uomo, un quarantenne residente con la compagna in un centro della provincia, rientrato nel cuore della notte ubriaco e affamato, l’avrebbe minacciata per l’ennesima volta di morte, pretendendo che lei si alzasse dal letto per preparargli da mangiare.
“Stasera ti ammazzo, ti spacco la testa”, le avrebbe urlato puntandole il pugno alla tempia, dopo averla presa per i capelli e averle messo una mano sulla bocca per non farla urlare. Sarebbe stato il padre della vittima, allertato da una vicina, a chiamare i carabinieri in soccorso della figlia.
Finito ai domiciliari col braccialetto, l’uomo, imputato di maltrattamenti in famiglia e a processo col giudizio immediato davanti al collegio del tribunale di Viterbo presieduto dal giudice Daniela Rispoli, si è visto revocare a febbraio, sei mesi dopo l’arresto, la misura di custodia cautelare, grazie alla stessa parte offesa.
Movente di tanta violenza, secondo la parte offesa, sarebbe stata la gelosia acuita dal consumo di alcol e cocaina, di cui l’imputato avrebbe abusato negli ultimi 3-4 anni, nonostante sia padre di due bambini in tenera età.
La donna successivamente alla denuncia avrebbe scritto lettere di suo pugno al gip per chiedere la liberazione del marito quindi ha rimesso la querela presso la locale stazione dei carabinieri, dopo di che è tornata a vivere col quarantenne, ridimensionando le accuse come ha potuto, martedì, quando è stata sentita in tribunale.
Ha negato anche di essere stata costretta a rapporti sessuali: “Non mi sono spiegata, non sono stata violentata, ma quando tornava a casa alterato, facevo l’amore con lui pur non avendone voglia”.
Pur non lavorando, inoltre, ha confermato in aula di essersi fatta carico lei al cento per cento delle spese processuali. nonostante nel frattempo il compagno abbia ripreso la sua attività.
La difesa, intanto, ha chiesto per l’imputato il rito abbreviato, che in caso di condanna consente lo sconto di un terza della pena, condizionato proprio all’audizione della presunta vittima, la cui versione è stata passata attentamente al vaglio dal pm Michele Adragna e dalle tre magistrate che compongono il collegio.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
