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“Progresso e intelligenza artificiale, si procede per prove ed errori…”

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – I progressi dell’informatica di questi ultimi cinquant’anni sono tali da averci proiettato in un mondo tecnologico nuovo, ricco e complesso allo stesso tempo. Forse non ce ne accorgiamo più di tanto, perché l’evoluzione, seppur rapida, è avvenuta attraverso esperienze per così dire “banali”, o meglio quotidiane.

Così il telefono è divenuto il telefonino, poi questo è diventato un cellulare e ora maneggiamo uno strumento versatile di comunicazione e produzione di testi  e immagini che personalizzano il nostro posto nel mondo e ci collegano a reti globali per scambi globali di informazione.

Con questo strumento che mi rifiuto di definire solo un telefono, produco e correggo immagini cinefotografiche, ordino una pizza, mi faccio riconoscere dalle istituzioni, leggo i quotidiani, faccio parte di gruppi di persone che condividono interessi comuni ma vivono in continenti diversi;  senza di lui il lockdown sarebbe stato drammatico mentre alla fin fine ha permesso a molti di scoprire altri mondi.

Qualcuno oggi sorride un po’ alle preoccupazioni dei critici della società di massa degli anni cinquanta, che gridavano al rischio di essere manipolati dai media, e di quelli degli anni ottanta che vedevano la globalizzazione come una standardizzazione al ribasso del comportamento umano.

Oggi piuttosto sembra aver ancor più ragione Mc Luhan, quando parlava di villaggio globale, dove tutti incontrano tutti. Studiando meglio gli hikikomori ( i teenagers che vivono reclusi in una  stanza a pestare su tasti di cellulari e videogiochi) ci si accorge che spesso il loro è un isolamento fisico, culturale forse, ma non necessariamente sociale. 

Sul metaverso le opinioni sono contrastanti; c’è chi lo vede come una estensione delle nostre facoltà comunicative e creative, con un guadagno complessivo di apprendimento e di conoscenza, e chi invece lo reputa una pericolosa fuga dalla realtà, anticamera di una alienazione individuale e sociale.

Una alienazione che andrebbe a tutto vantaggio di criptoelites tecnologiche, finanziarie e politiche, le quali starebbero erodendo all’osso il concetto  – e la dimensione etica e sociale – di democrazia, relegandolo ad un valore sorpassato ormai da quello di autorealizzazione individualistica nei consumi (Cina docet).

Il vero problema probabilmente sta nella crescita in contemporanea di due fenomeni: da un lato, uno sviluppo impetuoso della tecnologia in tutte le sue forme, specie nelle applicazioni pratiche di sequenze logico-matematiche di tipo informatico; dall’altro l’emergere sempre più evidente di uno stato complessivo di incertezza, rilevato da Bauman sul piano socioculturale, spiegato da Taleb su basi epistemologiche e metodologiche, omologato dalla fisica quantistica a livello scientifico, fino alla coniazione di termini come incertocene e permacrisi.   

Il successo dell’applicazione di algoritmi nei processi robotici, economici e decisionali sta nel fatto che “sembrano” emanare da una logica matematica inoppugnabile che restituisce certezze deterministiche e linearità conoscitive e operative.  

E il successo, a volte paradossale, dell’intelligenza artificiale nel produrre pacchetti informativi e decisionali, che svariano dal controllo di una astronave alla redazione di una  tesina scolastica con Chat-Gpt, sta nel fatto che essa “sembra” assicurare certezza e completezza logica e operativa allo stesso tempo. 

Su questi temi si sono impegnati e si stanno impegnando personaggi di grande statura intellettuale che operano nel campo della scienza, della filosofia, della sociologia, della psicologia  e della medicina (in specie le neuroscienze); basti pensare al contributo di uno Shannon, il padre della teoria dell’informazione, già negli anni ’50; di scienziati, logici e filosofi della scienza come Turing, Searle e Dennett, di imprenditori della comunicazione come Elon Musk, delle centinaia di esperti che si sono confrontati nel definire i cosiddetti “Principi di Asilomar” (2017), cioè il bagaglio di regole necessarie a governare l’Intelligenza artificiale sul piano sociale, culturale, sanitario, militare  e politico.  

Il fatto è che nella società dell’incertezza, delle leggi probabilistiche e della logica fuzzy della meccanica quantistica, persino di fronte ad un etica politicamente corretta che si rivela talvolta estremista e  totalitaria, noi cerchiamo disperatamente delle verità “oggettive”, non discutibili. Taluni le cercano nella religione; molti – e sempre più –  a livello scientifico e intellettuale le cercano negli algoritmi e nell’Intelligenza Artificiale, che assicurerebbero procedure deterministiche e risultati incontrovertibili.

Niente di tutto ciò è vero. Gli algoritmi funzionano bene sul piano logico-sequenziale, ma a partire da premesse decisionali del tutto soggettive o comunque frutto di una negoziazione convenzionale di costruzioni di senso e di attribuzioni di significati. L’Intelligenza artificiale riesce a conversare con noi e a ragguagliarci su molte informazioni, ma a partire dai repertori che le vengono forniti (selezionati) seppur enciclopedicamente, grammaticalmente e sintatticamente ricchissimi.

Uno dei temi più inquietanti oggi è l’interrogativo che emerge a proposito di un uso deviante e criminale dell’Intelligenza artificiale, con riguardo a fenomeni di cybersicurezza, ma anche di persuasione occulta.

Insomma, ancora una volta il “progresso”, ineluttabile certo e sempre preferibile ad ogni forma di regresso conservatore e sanfedista,  procede per “prove ed errori” e convoca ciascuno di noi ad una continua riflessione sui termini del suo processo evolutivo.

Francesco Mattioli


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