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Viterbo – Stupro di gruppo all’Ellera, il processo riprenderà fra oltre un anno per sentire cinque degli agenti di polizia che si sono occupati delle indagini.
La vittima, una quarantenne viterbese, ascoltata in aula lo scorso 20 dicembre, ha nel frattempo confermato tutte le accuse davanti al collegio del tribunale di Viterbo.
Il processo per stupro di gruppo in concorso l’unico dei due imputati rimasto, dopo la morte del presunto complice della violenza, è stato rinviato ieri a giugno 2024.
Già programmate anche le due udienze successive, con discussione e sentenza che, salvo imprevisti, arriveranno a fine estate dell’anno prossimo.
La parte offesa si è costituita parte civile con l’avvocato Francesca Bufalini, mentre l’imputato è assistito dal collega Roberto Merlani.
Fra un anno il dibattimento riprenderà con l’ascolto di cinque testi di polizia giudiziaria per l’accusa.
Il racconto in aula della vittima
“Mi sono fidata di quello che credevo un amico”, ha detto in aula parlando dell’unico imputato rimasto a processo. L’altro è morto la scorsa primavera.
Nel frattempo sono trascorsi tre anni e otto mesi da quando, il 28 settembre 2019, due viterbesi di 45 e 57 anni, C.C. e M.T., avrebbero fatto ubriacare e poi abusato di una viterbese oggi 40enne in un appartamento tra i quartieri Ellera e Santa Lucia. La donna potrebbe essere stata anche drogata.
Il 45enne è deceduto nella primavera del 2022, per cui il processo prosegue per il solo 57enne. “Mi fidavo di lui, per me lui era un amico”, ha detto la parte offesa di quest’ultimo, rimasto l’unico imputato in concorso. “Credevo fosse un amico, per questo ho accettato di salire a casa sua con loro, dopo essere stati insieme al bar”, ha raccontato la donna.
“Invece avevano premeditato tutto. Li ho sentiti che parlottavano tra loro e ridevano in cucina, da dove sono tornati con un bicchiere di vino dal sapore stranamente amaro, bevuto il quale il 45enne ha cominciato a mettermi le mani addosso. Ho cercato con gli occhi lo sguardo del mio amico, sicura che mi avrebbe difesa, invece hanno abusato insieme di me”, ha spiegato al collegio con grande lucidità e compostezza la vittima, che da allora sta seguendo un percorso psicologico nella speranza di potere un giorno superare il trauma della violenza sessuale subita.
Una violenza documentata dai referti dell’ospedale di Belcolle, che hanno anche confermato l’ingestione di sostanze oppiacee. La paziente, consapevole solo di avere subito abusi, sarebbe rimasta per due giorni in stato soporifero, non giustificato dalla semplice assunzione di alcolici, per poi ricostruire davanti alla polizia tutta la vicenda.
In aula anche un ispettore del nucleo antiabusi della squadra mobile e la barista cui nell’immediatezza la donna, scaricata seminuda e in stato confusionale sotto casa dai due imputati, avrebbe detto “sono stata violentata”, facendo il nome degli aguzzini. Nell’immediatezza, inoltre, avrebbe anche inviato un messaggio all’ex fidanzato con scritto “sono stata violentata”, dicendo anche a lui nome e cognome degli imputati, uno dei quali per l’appunto deceduto la primavera scorsa.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
