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Viterbo – (sil.co.) – Tre anni per maltrattamenti in famiglia al padre incastrato dal figlio pentito di mafia. “Vattene mamma, prima che papà ti ammazzi”, le avrebbe detto, convincendola a farsi accompagnare al centro antiviolenza.
È stato condannato a tre anni di reclusione per maltrattamenti in famiglia il padre del pentito di mafia sotto protezione in un albergo di Viterbo che il 6 ottobre 2021 avrebbe scaraventato la moglie giù dal marciapiedi di via della Cava, andandosene senza soccorrerla, tanto che a chiamare l’ambulanza hanno provveduto i commercianti della centrale arteria, accorsi alle grida d’aiuto della donna.
La vittima, ricoverata all’ospedale di Belcolle, fu sottoposta a un delicato intervento chirurgico a causa di una brutta frattura a una gamba. Fu proprio il figlio, collaboratore di giustizia, ad accompagnare la donna presso un centro antiviolenza: “Vattene mamma, prima che papà ti ammazzi”, le avrebbe detto, come ha spiegato in aula l’uomo, sentito lo scorso 5 maggio come testimone.
Il processo a carico del padre, detenuto dal 2022 in seguito alla denuncia della moglie e difeso dall’avvocato Virgilio Menichelli, si è concluso giovedì davanti al giudice Ilaria Inghilleri, per l’appunto con la condanna a tre anni di reclusione in primo grado dell’imputato.
“Quando la mamma mi ha detto che papà l’aveva spinta giù dal marciapiede, le ho creduto, perché avevo visto tante altre cose”, ha detto il figlio in aula. Più e più volte li avrebbe separati. O meglio avrebbe staccato il padre di dosso alla madre. Una volta era con lei sull’ambulanza mentre la portavano a medicare le ferite al pronto soccorso dell’ospedale di Belcolle, un’altra l’ha accompagnata a denunciare un pestaggio in questura, quindi al centro antiviolenza.
Le botte del marito alla moglie sarebbero state una costante del matrimonio durato quarant’anni, “fin da quando ero piccolo”. Uno dei ricordi più vividi del figlio è “quando la prese per gli orecchini e le strappò i lobi che per questo sono tagliati”, ha detto al giudice Ilaria Inghilleri, confermando la spiegazione sulle “orecchie tagliate” data in aula dalla donna.
Tanti ricordi d’infanzia: “Sempre in Sicilia, l’ha presa a sprangate con un pezzo di ferro”. Lo ha detto e ridetto: “Mio padre è sempre stato un violento”. In conclusione: “L’ha sempre presa a schiaffi e pugni”.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
