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Tarquinia – Omicidio del professor Dario Angeletti, si è chiuso oggi il processo iniziato lo scorso 17 novembre davanti alla corte d’assise del tribunale di Roma al killer Claudio Cesaris. Il settantenne è stato condannato a 25 anni e due mesi di reclusione per il delitto, assolto dall’accusa di stalking.
Un processo lampo, perché con l’accordo di tutte le parti sono state acquisite tutte le fonti di prova, per cui senza l’ascolto di testimoni.
Claudio Cesaris è il tecnico in pensione dell’università di Pavia che il 7 dicembre 2021, dopo essere riuscito a salire sulla sua macchina con la scusa di un passaggio, alle Saline di Tarquinia, ha freddato con due colpi di pistola sparati dietro l’orecchio destro il professore cinquantenne dell’Unitus Dario Angeletti.
Lo scorso 17 novembre, l’accusa aveva chiesto una condanna a 23 anni. Al termine dell’udienza dello scorso 20 aprile, dedicata alla discussione dei difensori Michele Passione e Alessandro De Federicis, il processo era stato rinviato al 10 maggio per repliche e sentenza. Nessuna replica da parte del pm, è iniziata immediatamente la lunga camera di consiglio.
Omicidio e stalking
Cesaris – reo confesso, anche se avrebbe cercato di far passare il movente del raptus in seguito a una provocazione della vittima – doveva rispondere, oltre che di omicidio volontario aggravato dai futili motivi e dalla premeditazione, anche di atti persecutori nei confronti della stessa vittima e della ricercatrice quarantenne di Abbiategrasso per cui avrebbe tolto la vita al professor Angeletti. Accusa dalla quale è stato prosciolto.
Cimici sull’auto per spiare la ex
La donna, parte civile contro l’imputato con l’avvocato Eliana Saporito, avrebbe capito di essere stata vittima di stalking solo dopo il delitto, quando, secondo l’accusa, avrebbe scoperto che il suo ex la pedinava e le aveva messo anche delle cimici sull’auto per spiare i suoi movimenti. Non avrebbe realizzato prima che l’attaccamento nei suoi confronti dell’ex collega con cui aveva avuto una relazione a Pavia, prima del trasferimento presso l’università di Viterbo, potesse essere pericoloso. Solo dopo la morte di Angeletti, la donna, alla luce delle indagini, ha rimesso insieme il puzzle delle condotte “anomale” messe in atto dal suo ex, sfociate nel brutale omicidio di colui che riteneva il suo rivale.
“Ti auguro di provare il dolore che si prova quando…”
“Ti auguro di provare il dolore che si prova quando ti portano via la persona che ami”, le aveva scritto in un messaggio del 20 novembre 2021, pochi giorni prima di uccidere Angeletti. Secondo l’accusa, avrebbe pedinato tramite Gps la ricercatrice e Angeletti il 3, 4 e 6 dicembre 2021. E lo stesso ha fatto il giorno del delitto, il 7 dicembre, seguendo la quarantenne nel tragitto da San Martino al Cimino a Monte Romano, recandosi poi a Tarquinia e attendendo l’uscita dal lavoro della vittima. Una pericolosa escalation di cui la donna non avrebbe fatto in tempo a rendersi conto. “Ricordati che chi semina vento raccoglie tempesta”, le scriveva il 24 gennaio 2021.
Delitto in una bella giornata di sole
Non avrebbe smesso di cercarla neanche dopo l’omicidio di Angeletti, chattando con la ricercatrice, ancora ignara dell’accaduto, durante le otto ore successive, fino a pochi minuti prima del fermo. Era stata una bella giornata il 7 dicembre, tanto che alle 19,10, un’ora circa prima dell’arresto, le scrive: “Ho girato parecchio per gustarmi anche io il sole”. Era l’ora di cena quando i carabinieri gli hanno bussato alla porta della casa di via Cardorna, a San Martino al Cimino, affittata apposta per stare vicino alla donna per cui aveva lasciato moglie e figlia, una volta andato in pensione.
“Dario aveva deciso di restare sul suo territorio”
“Per Tarquinia la perdita di Angeletti non si può ridurre al danno d’immagine. È un danno alla comunità, all’ambiente. Il professore aveva fatto una scelta di vita. Dario aveva deciso di restare sul suo territorio”, ha detto all’udienza dello scorso 8 marzo l’avvocato di parte civile del Comune, il legale Paolo Pirani, che ha parlato subito dopo i legali Rodolfo Bentivoglio e Massimiliano Zoli per i familiari e prima dei legali Andrea Fedeli e Eliana Saporito per l’università e la ricercatrice da cui Cesaris era ossessionato al punto di uccidere quello che per lei era un collega, ma che nella sua mente vedeva come un rivale.
“Chiedo perdono, quello che ho fatto mi dà un’immane dolore”
“Carnefice, ma anche vittima”, per i difensori Michele Passione e Alessandro De Federicis. “Voglio chiedere perdono, perché ho dato tanto dolore”, ha detto in aula l’imputato, spiegando che non era lui quando ha sparato. “È passato più di un anno e non mi riconosco in quello che ho fatto, quella persona non era il Claudio che è adesso, tantomeno il Claudio che per 68 anni ha avuto una vita integerrima”, ha proseguito Cesaris, parlando di una “sofferenza immane” per avere tolto la vita a una persona. E ancora: “La cosa mi angoscia, mi toglie il respiro, mi dà un immane dolore perché non c’è una giustificazione e ho privato la famiglia di un loro caro. Questo sarà il pensiero che mi accompagnerà, e mi accompagna, per tutto il resto della mia vita”.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

