Carabinieri
Viterbo – Era la sera di Natale del 2011 quando una banda di quattro ladre – tradite dagli “occhi di gatto” e da un paio di forbici rubate a casa di una pensionata e trovate sotto il tappetino della Ford Focus con cui hanno tentato la fuga – è stata intercettata e bloccata dai carabinieri che, percorrendo via Sant’Andrea, a Pianoscarano, le avevano viste uscire in fretta dall’androne di una palazzina.
Adesso, a distanza di dodici anni, sono state condannate in via definitiva a due anni di reclusione nonostante non siano state trovate in possesso del bottino. Sono tre delle quattro componenti della banda salita agli onori della cronaca locale come “occhi di gatto”, arrestate a suo tempo dai militari della stazione di Bagnaia per un furto messo a segno il pomeriggio del giorno di Natale nel centro storico di Viterbo.
Imputate una 54enne e due 59enni nei confronti delle quali, il 16 marzo 2022, la corte d’appello di Roma aveva già confermato la condanna di primo grado a due anni per furto in abitazione inflitta loro dal tribunale di Viterbo. Lo scorso 28 aprile è arrivato il sigillo della quinta sezione penale della corte di cassazione.
Articoli: Banda “Occhi di gatto”, tre ai domiciliari – Furti in casa, arrestate quattro donne
Le difese hanno insistito, in particolare, sul mancato ritrovamento della refurtiva seppure il furto risultasse appena commesso e le imputate fermate vicinissimo al luogo del delitto, ritenendo privo di logica che le imputate si siano disfatte della refurtiva e non anche dei presunti arnesi da scasso “che sono peraltro comunissimi attrezzi in dotazione a qualunque automezzo, con particolare riferimento al cacciavite”.
Quindi le famose forbici, riconosciute come proprie dalla vittima del furto, una pensionata. Secondo i difensori “in verità esse non sono state affatto riconosciute dalla persona offesa la quale ha espressamente riferito di non ricordare né la forma né la marca né se ci fossero, alla stregua di quelle poste in sequestro, numeri o marchi di fabbrica”.
In discussione anche il foulard ritrovato nell’abitacolo, che una testimone avrebbe descritto come “di colore chiaro” e non “fantasia” ai carabinieri, indossato da una donna sospetta incontrata per le scale del condominio, la quale, incrociando il suo sguardo, lo avrebbe usato per travisarsi il viso, mostrando solo gli occhi (“occhi di gatto”).
Per la difesa, le imputate si trovavano nel quartiere dove era stato perpetrato il furto per attendere a delle incombenze relative alla salute di un familiare. Per la precisione si sarebbero recate nella farmacia adiacente il palazzo per acquistare dei medicinali per la figlia di una di loro che, guarda caso, il giorno successivo sarebbe stata poi ricoverata all’ospedale di Belcolle.
“La certa identificazione delle forbici da parte della persona offesa – si legge nella motivazioni della sentenza della cassazione – non è stata evidentemente ritenuta scalfita dalla mancata indicazione della marca delle forbici ovvero di quegli altri caratteri pure indicati in ricorso, trattandosi di particolari non idonei ad incidere né sull’identità dell’oggetto in sé né sulla certezza della sua identificazione da parte della proprietaria”.
Quanto al foulard indicato come “di colore chiaro” dalla testimone: “Correttamente il giudice di merito lo ha ritenuto compatibile con quello rinvenuto nella disponibilità delle imputate che pur a fantasia non era comunque di colore scuro”.
Quindi la farmacia: “Non costituisce neppure di per sé una vera e propria ipotesi alternativa risolvendosi essa in una giustificazione della presenza delle imputate nella zona del furto, non essendo in realtà l’acquisto di medicinale in farmacia incompatibile con la perpetrazione del furto”.
All’interno della Ford Focus con a bordo le quattro donne, una delle quali incensurata e uscita di scena con una condanna lieve, durante la perquisizione, i carabinieri hanno rinvenuto un cacciavite a croce e taglio compatibile con l’arnese utilizzato per aprire la porta dell’abitazione della persona offesa, le forbici riconosciute dalla persona offesa nonché una busta di plastica con monili in oro e argento della quale una delle imputate ha detto di essere proprietaria.
Silvana Cortignani
