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Perugia – (sil.co.) – Presidenza del consiglio e ministero della giustizia parte civile contro il procuratore capo Paolo Auriemma e la sostituta Eliana Dolce, per i quali la procura della repubblica presso il tribunale di Perugia presieduta da Raffaele Cantone ha chiesto l’archiviazione, rigettata dal gip, dell’inchiesta relativa alla mancata apertura di un fascicolo per lesioni personali e/o abuso dei mezzi di correzione.
Ha preso il via questa mattina a Perugia, davanti al gup Angela Avila, l’udienza preliminare nei confronti dei due magistrati viterbesi – entrambi difesi dall’avvocato Filippo Dinacci del foro di Roma – accusati di omissione di atti d’ufficio per la vicenda di Hassan Sharaf.
Al termine di una lunga e articolata discussione, nel primo pomeriggio l’udienza è stata rinviata per repliche e decisione al 18 ottobre.
Sharaf è il detenuto 21enne egiziano che, dopo avere denunciato tramite il garante presunti pestaggi da parte della polizia penitenziaria all’interno del carcere di Mammagialla, si è impiccato in cella d’isolamento il 23 luglio 2018 per poi morire senza svegliarsi mai dal coma all’ospedale di Belcolle dopo una settimana di agonia. I familiari, assistiti dagli avvocati Michele Andreano e Giacomo Barelli, si sono costituiti parte civile chiedendo il rinvio a giudizio dei magistrati viterbesi.
Parte civile anche il garante dei detenuti Stefano Anastasia.
Il reato contestato è quello previsto dall’articolo 328 del codice penale, ovvero rifiuto o omissione di atti d’ufficio, per l’omessa apertura di un procedimento penale relativamente all’esposto presentato l’8 giugno 2018 dal garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia.
Secondo una sentenza delle sezioni unite della cassazione sarebbe un atto discrezionale, per cui un eventuale errore nell’iscrizione non potrebbe dar luogo nemmeno a una sanzione disciplinare. “Un equivoco procedurale che origina dalla richiesta di archiviazione, per presunte irregolarità sull’obbligo di iscrizione, che si fonda su una normativa talmente complessa cui la riforma Cartabia è stata costretta a introdurre delle modifiche”, spiegava a Tusciaweb lo scorso 24 maggio il difensore Filippo Dinacci.
“Un equivoco procedurale che origina dalla richiesta di archiviazione, per presunte irregolarità sull’obbligo di iscrizione, che si fonda su una normativa talmente complessa cui la riforma Cartabia è stata costretta a introdurre delle modifiche”, spiega il difensore Filippo Dinacci, pronto ad affrontare in aula la questione il prossimo 29 giugno davanti al gup Angela Avila.
Al centro della richiesta di rinvio a giudizio il presunto l’obbligo dell’iscrizione nel registro delle notizie di reato in seguito all’esposto dell’8 giugno 2018 del garante, integrato il 31 luglio, relativo a otto presunti casi di detenuti percossi e vittime di episodi di violenza messi in atto dalla polizia penitenziaria, tra i quali quello dell’egiziano 21enne che si sarebbe poi tolto la vita a distanza di meno di un mese impiccandosi in una cella d’isolamento.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
