Viterbo – “Le mie mani macchiate di sangue perché provai a salvare Meredith”. Rudy Guede, dopo 16 anni rivede da vicino la casa a Perugia dove Meredith Kercher è stata uccisa. Rudy, che vive a Viterbo, è fidanzato. Durante il giorno lavora alla biblioteca del Centro studi criminologici e la sera fa il cameriere in un ristorante.
Rudy Guede
In un’intervista al Corriere della Sera racconta le emozioni provate, ritorna a quella notte, il racconto del carcere e il compagno di cella trovato morto impiccato e la sua vita oggi, a Viterbo.
“Sono tornato a Perugia per andare a trovare un’amica – ricorda al Corriere Guede – stavamo passeggiando sulla terrazza che affaccia in via della Pergola, improvvisamente i miei occhi hanno visto quella casa, un luogo con ricordi molto brutti”.
Racconta d’avere provato qualcosa come un brivido. “È il luogo che mi ha cambiato la vita… è il luogo dove sono nate tante disavventure, è il luogo in cui ho cercato di soccorrere una ragazza che poi è morta”.
Il primo novembre del 2007 Meredith fu trovata morta. A essere arrestati furono la sua coinquilina Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Assolti in cassazione dieci anni dopo, mentre per Guede ci fu la condanna a 16 anni dopo avere scelto il rito abbreviato. Condannato, ma ancora oggi si dichiara innocente. Al Corriere racconta gli anni del carcere, 13 fra Perugia e Viterbo: “Il momento più brutto è stato quando il mio compagno di cella Roberto si è tolto la vita. Stavo rientrando in cella, ho aperto lo spioncino e ho visto che i suoi piedi penzolavano, si era impiccato con il mio scaldacollo, ho rivisto di nuovo la morte da vicino”.
Spiega anche d’essere stato picchiato da compagni di cella, perché gli imposero di pulire e lui si rifiutò.
Torna alla sua infanzia, i primi cinque anni in Costa d’Avorio, con la madre che lo affida alla nonna e poi il viaggio in Italia con la zia per portarlo dal padre che nel frattempo si era sposato di nuovo.
“Di fatto sono cresciuto senza nessuno, a 7 anni mi cucinavo da solo”. Da adolescente a Perugia: “Avevo 15 anni, mi lasciarono a lungo in casa da solo e intervennero i servizi sociali. Mio padre fu convocato in questura, ma sbottò contro i poliziotti, disse che mi potevano tenere, a lui non interessavo, poi sbatté la porta e se ne andò”.
Novembre 2007. Il suo racconto delle grida sentite dal bagno, uscito di fronte si trovò Meredith ferita. “Vide poi un uomo con un bisturi – riporta il Corriere – Amanda Knox e una figura maschile sul vialetto di casa che dicevano: ‘Andiamo via che c’è un negro’. Poi se ne andò”.
Una decisione motivata con la paura: “Ha preso il sopravvento – ricorda Guede – e sono scappato come un vigliacco lasciando Mez forse ancora viva. Di questo non finirò mai di pentirmi”.
Meredith, cui pensa sempre: “Non passa giorno che non le dedichi un pensiero. È un macigno nell’anima, sarà così finché vivrò. Ho scritto ai suoi familiari ma non mi hanno risposto. Vorrei dirgli di perdonarmi se non sono riuscito a fare tutto il possibile per salvarla”.
Jacopo Storni, il giornalista del Corriere che ha redatto l’articolo, gli chiede quale immagine porti con se di Meredith. “Se le mie mani sono macchiate di sangue è perché ho tentato di salvarla” risponde.
Guardando avanti, a volte Rudy s’immagina padre: “Però ho paura – confida al Corriere – per essere padre bisogna avere cura del proprio figlio e io, memore della mia infanzia, ho paura di non essere all’altezza”.
