Francesco Zadotti
Viterbo – Operazione “Vento di maestrale”, è ripreso ieri senza prescrizioni il processo scaturito dal filone discarica di Casale Bussi, alla presenza di due dei cinque imputati persone fisiche rimasti, mentre un sesto è deceduto. In aula c’erano “patron” Francesco Zadotti e Daniele Narcisi, mentre erano assenti Massimo Rizzo, Paolo Stella e Bruno Landi. E c’erano naturalmente i legali di Ecologia Viterbo srl.
Proprio la difesa del “gestore” ha tirato in ballo il processo romano a Manlio Cerroni, definito “processo madre”di quello in corso a Viterbo, che si è concluso il 5 novembre 2018 all’insegna del tutti assolti, compreso il patron di Malagrotta, producendo al collegio la sentenza secondo cui non ci fu alcuna associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti.
A Viterbo tutto è partito dai nove arresti scattati all’alba del 3 giugno 2015, tra cui gli attuali imputati, mentre quelli del filone Viterbo Ambiente sono stati tutti assolti nel merito con formula piena l’anno scorso (Ernesto Dello Vicario, Francesco Bonfiglio e Maurizio Tonnetti).
I reati loro contestati a vario titolo sono associazione per delinquere, truffa e frode nella gestione dei rifiuti urbani. Ma anche gestione abusiva di ingenti quantitativi di rifiuti e operazioni non autorizzate.
Per le difese il processo viterbese “per fatti identici a quelli romani” si sarebbe potuto chiudere ieri con la prescrizione e l’assoluzione nel merito degli imputati, riqualificando il presunto traffico di rifiuti nella meno grave inosservanza delle prescrizioni prevista dall’articolo 256, comma 4, del Testo unico ambiente nonché riconoscendo Francesco Zadotti, al pari degli altri, come semplice partecipe e non promotore dell’associazione per delinquere con conseguente prescrizione.
Al centro della vicenda il presunto traffico illecito di rifiuti derivante dal mancato rispetto dei quantitativi di Cdr da inviare alla termovalorizzazione e invece stoccati in balle posizionate nel piazzale come accadeva a Casale Bussi essendo l’impianto non idoneo alla produzione, in violazione delle prescrizioni, allo scopo di mantenere i guadagni.
Le difese hanno ribadito l’esistenza di una valanga di note inviate da Ecologia Viterbo a Comune e Regione a causa dei continui stop del termovalorizzatore di Colleferro. Oltre a ricordare la perenne e sempre attuale emergenza rifiuti di Roma e più in generale di tutto il Lazio.
Un’udienza all’insegna dei tecnicismi, che si è chiusa con il rigetto delle richieste da parte del collegio presieduto dal giudice Eugenio Turco il quale, riservandosi la valutazione di merito, ha rinviato a novembre per l’esame degli imputati, nonostante il parere favorevole del pm Massimiliano Siddi, mentre si sono ribellati i legali delle 78 parti civili, tra cui il Comune di Viterbo e la Regione Lazio, secondo cui c’è tempo almeno fino a gennaio 2024 perché i reati, da mantenere così come contestati, siano cancellati dalla prescrizione.
Un ginepraio. Tutta colpa dell’emergenza rifiuti a Roma del 2012-2013 che, dopo la chiusura della discarica di Malagrotta, avrebbe costretto l’impianto gestito sulla Teverina da Ecologia Viterbo a farsi carico di un surplus di tonnellate di monnezza al giorno, in soccorso obbligato a Roma Capitale per decreto commissariale.
Fatto sta che alla discarica di Casale Bussi, dal 2005 al 2013, non è stato prodotto alcun Cdr, contro il 25% previsto. Le indagini sono scattate in seguito all’emergenza rifiuti di Roma, con 600 tonnellate al giorno di conferimenti non previsti che hanno generato degli esuberi.
Silvana Cortignani
Gli imputati
– Francesco Zadotti, responsabile amministrativo e gestore dell’impianto di Casale Bussi di Ecologia Viterbo
– Bruno Landi, legale rappresentante di Ecologia Viterbo fino al 2014
– Daniele Narcisi, responsabile dell’impianto
– Massimo Rizzo, responsabile della pesa
– Paolo Stella, direttore tecnico di Ecologia Viterbo
– Gaetano Aita (deceduto) di Ria&Partners
– Ecologia Viterbo srl, in persona del legale rappresentate pro tempore
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
