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“Negro di merda te ne devi andare”, la vita quotidiana di Dennis Edegbe a San Faustino

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Viterbo - Dennis Edegbe

Dennis Edegbe


Viterbo – “Negro di merda te ne devi andare”. “Sporco negro”. È quello che direbbero a lui e ai suoi clienti. E se non bastasse, continue chiamate a polizia, carabinieri e vigili urbani, macchine parcheggiate davanti all’ingresso del locale come se nulla fosse e infine il blocco dell’attività per 15 giorni dopo i fatti di San Faustino a fine giugno. La vita quotidiana di Dennis Edegbe, titolare del Denco Africa restaurant and bar in via Signorelli. Denco, appellativo di Dennis.

“Un africano a Viterbo non ha alcun valore – spiega Dennis -. Non ci vogliono vedere, non siamo considerati come esseri umani. Un animale conta più di noi”. 


Il Denco Africa bar


“Mi hanno messo in ginocchio – sottolinea Edegbe -. L’unica soluzione a cui penso è andarmene, perché così non è più possibile vivere. A Viterbo, quando il colore della tua pelle è diverso dal bianco, se lavori ti sfruttano, se provi ad aprire un negozio te lo fanno chiudere. Ho tre figli piccoli, tutti nati in questa città. Mi chiedono sempre perché la polizia è venuta così tante volte al bar. E quando sono entrati con i cani, sono rimasti sconvolti. E dei cani, adesso, hanno paura”.


Viterbo - Dennis Edegbe

Viterbo – Dennis Edegbe


Un calvario, quello di Dennis Edegbe. Iniziato a giugno dell’anno scorso, quando ha aperto un bar a San Faustino, “perché – spiega – pensavo fosse anche un valore aggiunto per il posto in cui vivo”. Ma “a partire da quel momento – racconta – alcuni del quartiere mi hanno subito detto che me ne dovevo andare, che dovevo tornare al mio paese, che alle 8 della sera dovevo chiudere, nonostante abbia il permesso di restare aperto fino all’una di notte, come tanti altri bar. E siccome non gli ho dato retta, allora hanno iniziato ad insultare me, la mia famiglia e i clienti che frequentano il locale. Hanno iniziato a chiamare polizia, carabinieri e vigili urbani, a farmi inviare lettere dai loro legali, a parcheggiare le macchine di fronte all’attività creandomi tutta una serie di problemi quando devo caricare e scaricare il materiale”.

Il tutto, con conseguenze non da poco. Il bar è frequentato da lavoratori africani, in prevalenza di origini nigeriane, come Edegbe. Braccianti agricoli che di giorno si spaccano la schiena nelle campagne e il fine settimana, soprattutto la domenica, si ritrovano al Denco per tirare un po’ il fiato. Il resto della settimana, la gente invece è poca. “Chi lavora la terra si alza presto la mattina, attorno alle 5, e torna a casa, bene che gli va, alle 8. Dopo aver percorso 10 chilometri, se non di più, che lo separano da Viterbo”. Perché, ad esempio, nelle campagne di Castel d’Asso, parte anch’esso del comune, gli autobus del trasporto pubblico non arrivano.


Viterbo - Il Denco Africa bar

Viterbo – Il Denco Africa bar


“I viterbesi, purtroppo, qui non mettono piede. Molti dei miei clienti – prosegue Dennis Edegbe – hanno il permesso di soggiorno. Vedere così spesso polizia e carabinieri dentro la mia attività ha significato perdere molti di loro. Non perché abbiano chissà cosa da nascondere. Hanno semplicemente paura che il permesso di soggiorno gli possa essere revocato per qualche assurda ragione. Già la vita di un lavoratore straniero è difficile di suo e la sola vaga possibilità di andare incontro a un problema su una questione così importante e vitale come il permesso di soggiorno è devastante. Allora si preferisce restare chiusi in casa ed evitare di andare al bar. Anche se non c’è motivo. Il terrore che comunque possa succedere qualcosa, basta e avanza. Ovviamente la questione non è polizia e carabinieri. Se uno li chiama, devono venire. Fa parte del loro lavoro. Il problema è chi gli telefona e che probabilmente ha il solo obiettivo di cacciarci. Per il colore della pelle? Perché, come ci sentiamo spesso dire, siamo ‘sporchi negri e negri di merda’?”.


Viterbo - Il Denco Africa bar

Viterbo – Il Denco Africa bar


Fuori dal Denco bar c’è San Faustino, quartiere complesso e articolato, parte di uno spaccato multietnico che sta caratterizzando ormai quasi tutto il centro storico. In particolar modo la riva destra di quello che una volta era il fiume Urcionio e che oggi si chiama invece via Marconi. Vero e proprio spartiacque tra la Viterbo turistica e studentesca dei quartieri medievali e la città dei lavoratori di quartieri popolari che non riguardano solo San Faustino. Quartieri, dove le componenti musulmana e nigeriana sono sempre più radicate, che si estendono fino al Pilastro, via Cairoli, via Matteotti e piazza della Rocca, da un lato, Corso Italia, Mazzini e vie laterali dall’altro. Col Sacrario a fare da piazza Grande. Zone dove il vero problema non è tanto la criminalità, ma il razzismo dei benpensanti.

Come è la vita di un nigeriano a Viterbo? “È una vita dura, perché la vita di un nigeriano a Viterbo non conta nulla. Non ha alcun valore. E questo non vale solo per i nigeriano, ma per gli africani in generale. Non ci vogliono vedere, non siamo considerati come esseri umani. Un animale conta più di noi”.


Viterbo - Il Denco Africa bar

Viterbo – Il Denco Africa bar


Quali sono stati i riscontri dei controlli fatti dalla forze dell’ordine al Denco bar? “Nessuno. – risponde Dennis Edegbe -. E ho tutti i permessi in regola. Ho preso solo una piccola multa per l’utilizzo della radio. Ma alla fine il locale me l’hanno fatto chiudere lo stesso per 15 giorni dopo quello che è successo a San Faustino a giugno. Io non avevo nulla a che fare con quanto è accaduto, ma ne ho pagato le conseguenze lo stesso”. Probabilmente complici anche le tante chiamate fatte al 112 nei mesi precedenti. “E quando, dopo la chiusura, ho fatto notare a uno del quartiere che non avrei avuto più i soldi per sfamare i miei figli, si è sentito aggredito”.


Viterbo - Gli acquisti che Dennis Edegbe ha dovuto buttare

Viterbo – Gli acquisti che Dennis Edegbe ha dovuto buttare


In tutti questi mesi, Denco avrebbe poi cercato di farsi difendere da qualche avvocato della città dei papi. “Nessuno di quelli contattati ha voluto però seguire il mio caso. Chi con una scusa, chi con un’altra, si sono rifiutati tutti di farlo. Qualcuno mi ha anche risposto che ‘non voleva fare un torto a un suo amico’, cioè a una di quelle persone che mi hanno dato dello ‘sporco negro'”. 

Dennis Edegbe avrebbe cercato un avvocato per più di un anno, senza alcun esito. Adesso ne ha uno, anche lui di Viterbo. Giacomo Barelli. Per difendersi e tutelare i propri diritti.

Quali sono state le conseguenze di due settimane di chiusura? “Ho perso tutto – dice Edegbe -. Ho dovuto buttare tutto quello che avevo comprato il giorno prima che mi fosse stata notificata la chiusura. Più di mille euro tra panini, tramezzini, pizzette e altro. Senza tener conto dei mancati incassi. Una tragedia. E tra venti giorni rischio che mi stacchino la luce”.


Viterbo - Gli acquisti che Dennis Edegbe ha dovuto buttare

Viterbo – Gli acquisti che Dennis Edegbe ha dovuto buttare


Dennis Edegbe è arrivato in Italia nel 2016, col barcone. Dalla città di Benin, Nigeria. Con la sua compagna. Dopo aver attraversato un pezzo d’Africa occidentale ed essere finito prima nei campi di concentramento libici. Dopodiché lo sbarco a Lampedusa per poi arrivare nel Lazio, conoscere la realtà pontina e approdare a Viterbo, in un centro di accoglienza. Un percorso che lo ha portato a lavorare in un ristorante del posto e poi a decidere di aprire un’attività tutta sua e della sua famiglia. In una città dove si è sposato e ha messo al mondo un maschio e due femmine, due, quattro e sei anni. Una città sempre più multietnica ma dove alcune frange della popolazione fanno ancora finta, spietatamente, che non lo sia. Una città dove le comunità sono sempre più organizzate e sindacalizzate, uomini e donne che lavorano per i grandi proprietari terrieri, sui cantieri e nelle case delle persone, con i figli che vanno a scuola e si iscrivono negli istituti tecnici e nei licei. Famiglie che popolano strade e palazzi destinati altrimenti ad essere deserte e abbandonati. Persone che, dopo un’esistenza di sacrifici, aprono un locale. Per essere liberi, e affrancarsi da soli da chi non li vuole ancora cittadini. Nonostante tutto. Per rivendicare la propria dignità. Uomini, donne, lavoratori e studenti che hanno tutto il diritto, e il dovere, di abitare il contesto e gli spazi urbani in cui vivono. E di farlo serenamente. Senza fili spinati attorno e senza dover essere braccati o peggio ancora perseguitati.


Viterbo - Le macchine parcheggiate davanti al Denco Africa bar

Viterbo – Le macchine parcheggiate davanti al Denco Africa bar


Sul muro del bar di Dennis Edegbe, infine, un murale su cui sta scritto: “I have a dream”. Da Martin Luther King. “Perché – conclude Denco – sogno anch’io che i miei figli vivranno un giorno in una città nella quale non saranno più giudicati per il colore della pelle, ma per le qualità del loro carattere”.

Daniele Camilli 


Fotocronaca: Dennis Edegbe e il Denco Africa bar


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