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Viterbo – Ottant’anni fa la caduta del governo fascista dopo quasi ventuno anni di regime, l’arresto di Mussolini e la conseguente nomina da parte del re di un nuovo capo del governo, il maresciallo Pietro Badoglio. Il re fece arrestare il duce con l’accusa di aver portato il popolo italiano in guerra, di essersi alleato con la Germania nazista e di essere responsabile della disfatta nell’invasione della Russia.
A Viterbo, la sera del 25 luglio 1943, arrivò la notizia e i viterbesi furono quasi colti di sorpresa, le manifestazioni di gioia furono molto contenute contrariamente a quanto accadde in altre parti d’Italia. Gli edifici pubblici furono presidiati dall’esercito e vennero istituiti anche posti di blocco sulle strade più importanti. Il questore di Viterbo, in una sua successiva relazione, non riscontrò incidenti gravi né a Viterbo, né in provincia. Solo qualche forzatura nei confronti di alcuni fascisti irriducibili che furono costretti con maniere un po’ forti a togliersi dalla giacca il distintivo con il fascio littorio. Alcuni stemmi fascisti vennero tolti con violenza dai pubblici uffici e dagli scali ferroviari. Solo a Capodimonte si registrò un incidente grave: il ferimento del segretario politico del fascio locale da parte di un pregiudicato.
“Radio Londra, nelle sue trasmissioni ormai in libero ascolto – scrivono gli storici locali Barbini e Carosi – continua ad attaccare Casa Savoia, quale correa per i delitti fascisti. Scarsa era la fiducia che veniva data al Governo Badoglio, perché i suoi membri, ed in particolare il capo, erano stati più o meno compromessi col passato regime”.
Tale governo apparve a molti come erede di quello fascista e si temette una reazione armata da parte di organizzazioni antifasciste. I partiti politici che avevano pensato, passato il 25 luglio, dopo vent’anni di dittatura fascista, di abbandonare la clandestinità e tornare a riprendere parte attiva alla vita politica del paese si sbagliarono di grosso. Ne è eloquente testimonianza quanto accadde a Soriano nel Cimino, per esempio, in piazza Marconi, quando Dante Sapori commerciante all’ingrosso di nocciole, che osò aprire con 5.000 lire una sottoscrizione per l’erezione di un monumento a Giacomo Matteotti, fu arrestato dal maresciallo dei carabinieri del posto “per l’ingiustificata ed inopportuna iniziativa”. Il commerciante venne rimesso in libertà il 2 agosto, previa diffida del questore “a non prendere iniziative di parte, non consone alla disciplina proclamata dal nuovo governo”.
A guidare l’amministrazione comunale di Viterbo, il 5 agosto 1943, venne chiamato il commissario prefettizio conte Giuseppe Siciliano de Gentili, che da nove anni ricopriva la carica di podestà. “L’affermazione di Badoglio “La guerra continua” non costituisce certo un motivo di incoraggiamento per le popolazioni – continuano a scrivere Barbini e Carosi – ormai stanche dei sempre crescenti disagi. Per un momento si era diffusa la speranza che la caduta del regime avrebbe automaticamente comportato l’uscita dell’Italia da un conflitto, di cui ogni giorno più sentiva il peso insostenibile per le sue forze. Di questo generale stato d’animo si fa interprete il comandante del gruppo carabinieri di Viterbo, maggiore Leonardo Stabile, che in una relazione inviata il 3 agosto alla legione territoriale del Lazio mette in rilievo appunto il malumore della cittadinanza”.
Altro motivo di scontento fu la sempre crescente difficoltà dei rapporti con i militari tedeschi, il cui comportamento si allontanò progressivamente dalla cortesia formale cui era stato improntato nei mesi precedenti.
“E proprio nei giorni del rivolgimento politico di luglio – continuano Barbini e Carosi – che i viterbesi cominciano a fare diretta conoscenza con il sinistro schianto delle bombe. Fino ad allora gli allarmi aerei erano sentiti come qualcosa di estraneo, che riguardava semmai altre persone ed altri luoghi; ed anche l’esperienza del rifugio aveva per molti il sapore del diversivo, della novità. Una maggiore partecipazione, invero, i viterbesi l’avevano provata sul mezzogiorno del 19 luglio, quando avevano visto virare sulla città, appena visibili a causa dell’altissima quota, le argentee sagome degli aerei diretti a bombardare Roma; e dieci giorni dopo, nel calore estivo del primo pomeriggio, sentirono la terra squassata dalle bombe sganciate sull’aeroporto da una formazione di bombardieri che aveva superato, inavvertita, la scarsa efficienza delle reti di avvistamento e di segnalazione. Fu per i viterbesi un brusco richiamo alla realtà, cui fece seguito, a partire dal successivo Ferragosto l’agghiacciante esperienza dei bombardamenti notturni, sotto la livida luce dei bengala, che rivelava impietosa alle squadriglie in attacco i minimi dettagli del terreno. Obiettivo ancora l’aeroporto, ma alcune bombe caddero entro la cinta urbana (a via Cavour, via S. Lorenzo, alla Molinella, ecc.) ed altre, nei pressi del cimitero, provocarono le prime vittime civili. Le incursioni provocarono gravi danni anche alle caserme dei paracadutisti, prossime all’aeroporto. Si può dire che solo da quei giorni i viterbesi cominciarono a vivere veramente la guerra.
Nemmeno il resto della provincia viene risparmiato. Il primo bombardamento che coinvolge direttamente la popolazione civile è quello che viene effettuato il 29 agosto ad Orte Scalo e miete oltre un centinaio di vittime tra gli abitanti della borgata, i ferrovieri, i viaggiatori dei convogli in transito nella stazione. Comincia la dolorosa trafila delle visite delle autorità religiose e civili tra le macerie ancora avvolte dalla polvere, tra i sopravvissuti con lo sguardo fisso in una visione di terrore, tra i gemiti dei feriti e lo strazio di chi ha perduto un parente”.
Silvio Cappelli
