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“Chiamare clandestini i richiedenti asilo è discriminatorio e offensivo”

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Viterbo – “Chiamare clandestini i richiedenti asilo è discriminatorio e offensivo”. A deciderlo è stata la corte di cassazione che ha condannato la Lega Nord per aver diffuso dei manifesti che puntavano a contrastare l’assegnazione di 32 richiedenti asilo a un centro di assistenza messo a disposizione da una parrocchia di Saronno, in provincia di Varese.

Una sentenza storica perché va a colpire la consuetudine di continuare a usare il termine “clandestini” per le persone che arrivano in Italia per cercare protezione, senza alcun rispetto per la loro dignità.


Migranti

Migranti


“Gli stranieri – scrive infatti la Corte di Cassazione nella sentenza con cui ha respinto il ricorso presentato dal Carroccio per una vicenda iniziata nel 2016 – che fanno ingresso nel territorio dello stato italiano perché corrono il rischio effettivo, in caso di rientro nel paese di origine, di subire un ‘grave danno, non possono a nessun titolo considerarsi irregolari e non sono dunque ‘clandestini'”.

La suprema corte ha inoltre condannato la Lega a risarcire le associazioni Asgi e Naga che l’avevano portata in tribunale.

Sette anni fa il Carroccio aveva convocato una manifestazione affiggendo cartelli con su scritto: “Saronno non vuole i clandestini. Vitto, alloggio e vizi pagati da noi. Nel frattempo, ai saronnesi tagliano le pensioni e aumentano le tasse, Renzi e Alfano complici dell’invasione”. Asgi e Naga avevano così agito in giudizio davanti al tribunale di Milano, contro la Lega locale e nazionale, sostenendo che qualificare i richiedenti asilo come clandestini costituisce “molestia discriminatoria”, ossia “un comportamento idoneo a offendere la dignità della persona e a creare un clima umiliante, degradante e offensivo”. I giudici di primo e secondo grado avevano già accolto le ragioni delle associazioni. Il 16 agosto la sentenza della Corte ha posto fine a tutta quanta la vicenda.


Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione


La Cassazione ha infine respinto la tesi degli avvocati della Lega che invocavano il diritto del partito politico alla libera manifestazione del pensiero. Per i giudici, invece, “il diritto alla libera manifestazione del pensiero, cui si accompagna quello di organizzarsi in partiti politici, non può essere equivalente o addirittura prevalente, sul rispetto della dignità personale degli individui”.

Daniele Camilli


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