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Ma quale Democrazia cristiana…

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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – Sembrerebbe scritto oggi e invece ha centotré anni un invito al governo, che non era repubblicano ma di sua maestà, firmato non da deputati e senatori per grazia ricevuta dai capi partito, ma da uomini che non avevano vita facile in parlamento e fuori, anche perché devoti al papa che lo stato di allora aveva sloggiato dal Quirinale.

L’impegno, cui il documento richiamava i governanti, potrebbe comunque essere sottoscritto anche in questo luglio 2023, perché le condizioni, un secolo dopo, son tornate a ripetersi tali e quali. Imperialismo d’Oriente e d’Occidente: da un lato lo zar e i bolscevichi che lo sostituirono, dall’altro il solito imperialismo definito, allora come ora, reazionario.

Insomma, ci fu un gruppo di politici cattolici che, nel 1920 a Napoli durante il secondo congresso nazionale del Partito popolare di don Luigi Sturzo, fece approvare un ordine del giorno, in pratica una solenne manifestazione di volontà comune, “affinché siano riconosciuti definitivamente i nuovi stati che si sono formati sul territorio russo”, con esplicito riferimento anche “all’Ukraina che lotta strenuamente contro l’imperialismo russo bolscevico e contro gli intrighi dell’imperialismo reazionario”. Sembra oggi e, ci fosse stato papa Francesco, avrebbero alluso anche ai “cani mandati ad abbaiare ai confini” della Russia.

Erano, invece, un gruppo di borghesi moderati, fra cui Livio Tovini, nipote di Giuseppe, l’economista bresciano poi beato che fondò le prime banche solidali, casse rurali, popolari, il San Paolo di Brescia e il poi chiacchierato Ambrosiano, la “banca dei preti”. I quali, allora, erano ascoltati e guidavano – sapendolo fare con gli atti e non con i comunicati e le foto opportunity – le riforme necessarie alla chiesa operante e alla cattolicità laicale.

Come il vescovo Bernareggi di Bergamo, che il 18 luglio 1943 – c’era l’occupazione nazista – consapevole di quanto sarebbe presto successo, riunì a Camaldoli studiosi, politici e giornalisti della sua parte per l’aggiornamento dei principi da porre a fondamento del nuovo stato democratico che, di li a poco, avrebbe sostituito quello fascista.

Fu il Codice di Camaldoli, definito il 20 luglio, il giorno dopo il bombardamento del quartiere San Lorenzo a Roma e quattro giorni prima della notte del Gran Consiglio cui, il 25 luglio, segui l’iniziativa del re per dimettere Mussolini ed arrestarlo. Seppure in ambulanza. Nel ricordarne, giovedì scorso, l’ottantesimo anniversario, il presidente della Repubblica ha scritto che “da esso vengono gli orientamenti basilari che riscontriamo oggi nel nostro ordinamento.

Impegno per la nuova Italia da parte del mondo cattolico come ispirazione per il patto costituzionale” Ispirazione, appunto, che non è il solito chiacchiericcio di chi continua 
a confonderla con l’araba fenice di un “Centro” come accordo elettorale, e quindi di potere.

Tutt’altro, rispetto ai principi riformatori di Camaldoli necessari per attuare la perenne vocazione rivoluzionaria predicata 2mila anni fa contro ogni assolutissimo di individui e di popoli, disuguaglianze, ingiustizie. Non c’è, infatti, Democrazia cristiana che tenga, vecchia o nuova, quando come diceva Sturzo, si prende “sé stessi a misura del bene” e non il bene a misura del proprio agire. Tanto per fugare nostalgie e secondi fini, per rispetto al Codice di Camaldoli.

Renzo Trappolini


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