Viterbo – “Una cittadella di Santa Rosa, un museo diffuso su tutto il territorio per valorizzare la macchina e i quartieri di Viterbo”. È la proposta di Raffaele Ascenzi, ideatore e architetto di Gloria, il 3 settembre al suo ultimo passaggio per le vie del centro storico. La sua seconda macchina, la prima è stata Ali di luce. Entrambe sono considerate tra le più belle di sempre. Entrambe, fanno entrare Raffaele Ascenzi, di diritto, tra i personaggi più importanti della storia della città, di cui il trasporto e la macchina di Santa Rosa sono il simbolo e il punto di riferimento più importante.
“Ideare e progettare la macchina di Santa Rosa – ha detto Ascenzi – è stata una scelta di vita, anche per gli indirizzi che ho dovuto dare alla mia formazione. Avere a che fare con il trasporto significa avere a che fare con un oggetto vivo e carico di spiritualità. Per me, un elemento fondamentale”.
Viterbo – Raffaele Ascenzi
Raffaele Ascenzi, ultimo anno di Gloria, la sua seconda macchina di Santa Rosa. Nel frattempo è in corso il bando in vista della nuova. Lei ha partecipato?
“Non posso entrare nel merito di questo aspetto, perché i progetti vengono valutati dalla commissione competente in forma anonima. Quindi la mia risposta è: No comment”.
Che ha significato per te progettare Gloria, per un evento che rappresenta il punto più alto della vita della comunità viterbese?
“È stato un appuntamento fondamentale. E attorno ad esso ha ruotato la mia vita, perché ho dedicato una parte importante prima al trasporto poi alla realizzazione di macchine. Un tempo, quello dedicato appunto alla macchina, che ti ripaga per le emozioni che sa dare. Una scelta di vita, anche per gli indirizzi che ho dovuto dare alla mia formazione. Avere a che fare con il trasporto significa avere a che fare con un oggetto vivo e carico di spiritualità. Per me, un elemento fondamentale”.
Molti già rimpiangono Gloria. Che cosa ha di speciale la macchina che ha progettato?
“Ho sempre detto che Gloria doveva essere più bella dentro che fuori. L’apparato esterno ha delle allegorie bilanciate con le loro simmetrie. La caratteristica fondamentale è la carica spirituale che Gloria porta con se, un veicolo per parlare con Santa Rosa, e spesso ci si riesce. Anche materialmente con le preghiere che vengono portate sulle spalle dei facchini il 3 settembre. Preghiere che hanno ormai superato le decine di migliaia e che verranno conservate negli anni. Per permettere in futuro di leggere la storia che c’è dentro a questa macchina”.
Attorno alla macchina ruotano il progettista, il costruttore, il Sodalizio, la diocesi, le amministrazioni. In tutti questi anni, qual è stato il suo rapporto con tutte queste realtà?
“Per quanto riguarda Gloria, è un fatto unico, dopo la caduta del muro di Berlino, che ha segnato un vero e proprio spartiacque, anche per il nostro paese, aver attraversato tre amministrazioni comunali. È partita con Leonardo Michelini per poi arrivare alla sindaca Chiara Frontini, passando per Giovanni Arena. E ogni amministrazione ha messo del suo, contribuendo all’armonia di tutta la cordata. Anche con tutte le altre realtà non c’è mai stato un momento di tensione e devo dire che anche questo è un fatto unico nella storia dei trasporti. Ci siamo trovati tutti in sintonia, a partire dal costruttore Fiorillo per il quale la bellezza della macchina è stato un valore assoluto da raggiungere”.
Dopo l’ultimo trasporto, cosa succederà a Gloria? Cosa si aspettata per la macchina che ha progettato?
“Il dopo macchina è per me un argomento molto importante. In passato le macchine non venivano conservate, tant’è vero che non ne abbiamo più traccia. Fortunatamente le ultime 5 macchine sono ben conservate, e ho proposto a vari livelli, compresa la soprintendenza, per capire se ci fosse la possibilità di installare una teca a piazza San Sisto con dentro la macchina del trasporto precedente, affiancata a quella nuova. A partire da 4-5 mesi precedenti al 3 settembre. Una teca da spostare poi in un luogo periferico. Un luogo dedicato a un grande museo. Una cittadella di Santa Rosa”.
Gloria
Ci può raccontare la proposta della cittadella di Santa Rosa?
“L’idea è la seguente: da un lato, come ho già detto, andrebbe installata una teca, a sua volta un’opera architettonica frutto di un concorso internazionale, a piazza San Sisto dove esporre, accanto alla nuova, la precedente macchina, visitabile da cittadini e turisti che in questo modo potrebbero anche vedere Viterbo dall’alto. Una macchina che resterebbe esposta per 4-5 mesi. Dopodiché, quest’ultima verrebbe spostata in un museo che potrebbe essere allestito alle cave Anselmi che si trovano a tre chilometri dal centro storico, ai piedi della Palanzana, punto terminale del parco dell’Arcionello. Sarebbe inoltre l’occasione per riutilizzare gli ambienti industriali delle cave, in passato un luogo importante per Viterbo, e per rilanciare il parco, uno dei polmoni verdi più importanti della città. Alle cave, oltre alla macchina, andrebbe sviluppato un museo multimediale con la storia del trasporto. Dopodiché le altre macchine che vengono conservate in un magazzino lungo la Tuscanese andrebbero nuovamente assemblate e messe nei quartieri di Viterbo che vorranno ospitarle: Santa Barbara, Pilastro eccetera. In questo modo daremmo vita ad un vero e proprio museo diffuso, a una vera e propria cittadella di Santa Rosa, permanente e con grande potenzialità turistiche e di valorizzazione del territorio”.
Lei appartiene a una famiglia che ha giocato un ruolo importante a Viterbo. Da Filippo a Silvio Ascenzi. Lei stesso, con la progettazione di due macchine di Santa Rosa, entra a far parte della serie di personaggi che hanno inciso profondamente nella storia della città. Come hanno vissuto e come vivono i suoi familiari tutto questo?
“Per la nostra famiglia è stato sempre importante dare un contributo fattivo allo sviluppo della città e del suo territorio. Mio nonno Filippo è stato ricordato con una via, nonostante fosse stato podestà durante il periodo fascista. E la proposta di dedicargli una via è stata portata in consiglio comunale dai partigiani di Viterbo. Un fatto abbastanza unico a livello nazionale. Un passaggio che mi ha fatto sempre riflettere sull’importanza che i cittadini attribuivano a mio nonno e al suo impegno per la cosa pubblica. Anche mio padre, che non ha conosciuto mio nonno, morto nel 1943 quando Silvio aveva appena tre anni, ha impostato tutto il suo percorso politico per il bene della città. E pure a lui è stato attribuito un grosso consenso e un grande affetto da parte di tutti. Adesso io rimango molto colpito quando la gente lo incontra per strada e non gli dice più se io sono suo figlio, ma se lui è mio padre. Ed è un qualcosa che mi riempie di orgoglio sia perché mi sento parte di un percorso cittadino sia perché vengo in qualche modo legato alla figura di mio nonno e mio padre, per me molto importanti”.
Viterbo – Raffaele Ascenzi
Come si sta preparando al trasporto del 3 settembre?
“Questo è probabilmente il mio ultimo anno da ideatore di Gloria. E proprio per questo ho voluto partecipare alle altre feste che fanno parte delle grandi macchine a spalla. Proprio in questo momento mi sto recando a Palmi in treno per vedere la Varia. In precedenza ho visto i Gigli di Nola e i Candelieri a Sassari. E devo dire che ho trovato uno spirito comune tra le città e i fedeli. È in questo modo che mi sto preparando al trasporto del 3 settembre”.
Perché si chiama Gloria?
“Da un lato perché ascoltavo molto la musica di Vivaldi durante la progettazione, dall’altro perché, soprattutto, Gloria in excelsis Deo mi sembrava una bella frase. Infine, a differenza delle macchine del passato, avevo il desiderio di trovare un termine solo che identificasse la macchina”.
Daniele Camilli
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