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Viterbo – In memoria di Vittorio, il secondo morto quest’anno degli otto fratelli di Romano Prodi, la famiglia, al funerale, ha esposto insieme il vangelo e la costituzione perché il defunto era un cattolico impegnato ed un politico importante a Bologna. I due libri così appaiati si rivelano complementari e riferimento in tempi di discussioni su salario minimo e reddito di cittadinanza.
A prescindere, infatti, da numeri, norme, polemiche di sostanza e di parte, resta che il vangelo impone a chi lo segue la regola di vendere e dare ai poveri ciò che ha e che i costituenti, in maggioranza cattolici, obbligarono lo stato a rimuovere ogni ostacolo all’uguaglianza dei cittadini. Ma come?
Se tutti i ricchi ubbidissero all’unisono al precetto evangelico, i mercati crollerebbero per eccesso di offerta e assenza di domanda, diventerebbe senza fine l’elenco dei poveri e, pure mutuando dai comunisti, anch’essi autori della costituzione, la messa in comune dei beni privati già praticata dai primi cristiani, resterebbero comunque sacche di miseria e vette di benessere.
Infatti, le scelte politiche non possono cambiare la condizione umana fissata dalla natura e resteranno, perciò, i pigri e gli industriosi, i parsimoniosi e i dissipatori, gli ubriachi e i sobri, come notava Bernard Shaw, al quale non sfuggiva che se il “capitalismo ha fatto piazza pulita degli appelli all’uguaglianza, i farisei hanno organizzato il comunismo del capitale” per cui ognuno, ad esempio, possedendo una azione si può dire proprietario di una società, ma ci sarà sempre, e c’è, chi di azioni ne avrà di più.
Quindi, l’uguaglianza nel possesso dei beni indicata sia da Gesù che, poi, da Marx, è affascinante utopia, come la reale distribuzione fra tutti dei beni è nei fatti mostruosamente sbagliata e iniqua. In Italia il 20% della popolazione ha oggi il 70% della ricchezza, i poveri assoluti sono quasi sei milioni di persone e la somma di quanto possiedono appunto sei milioni di poveri è inferiore al patrimonio di soli tre miliardari. Duemila anni dopo Cristo e duecento da Marx.
Ovvio, dunque, che se la redistribuzione dei redditi deve essere processo permanente, il reset continuo delle condizioni di uguaglianza non può non passare per l’intervento dello stato sia a sostegno dei bisogni primari di chi non ce la fa, il reddito di cittadinanza, sia affinché la qualità del punto di partenza di chi lavora, il salario minimo, non sia penalizzante per il suo progresso. Secondo costituzione per “il pieno sviluppo della persona e l’effettiva partecipazione di tutti alla organizzazione politica, economica e sociale del paese” e secondo la parabola dei talenti assegnati ad ognuno in rapporto alle rispettive capacità di, comunque, raddoppiarli.
Il miglioramento della legge sul reddito di cittadinanza e quella che in qualche modo verrà sul salario minimo rispondono a principi di giustizia della comunità verso i singoli e di responsabilizzazione individuale e collettiva perché ognuno faccia il suo dovere.
Una vita sociale decente, infatti, presuppone che la comunità si organizzi per rimuovere completamente la paura delle persone di non soddisfare i bisogni primari e per vigilare affinché ad ognuno sia dato progredire, ma senza diritto o facoltà di battere la fiacca.
A settembre, vedremo.
Renzo Trappolini
