- Viterbo News – Viterbo Notizie – Tusciaweb – Tuscia News – Newspaper online Viterbo – Quotidiano on line – Italia Notizie – Roma Notizie – Milano Notizie – Tuscia web - https://www.tusciaweb.eu -

Spaccio di cocaina, avviso di conclusione delle indagini per il boss Ismail Rebeshi

Condividi la notizia:

Ismail Rebeshi

Ismail Rebeshi


Viterbo – Mafia viterbese, chiusa dopo sette anni con l’invio record di una quarantina di 415 bis l’indagine parallela per fatti di droga a partire dal 2017 a carico del boss Ismail Rebeshi. 

Si parla di cocaina. Cocaina finita al centro del filone “droga”, a carico di Rebeshi e altri 5-6 indagati in procedimento connesso, tra i quali il pentito Sokol Dervishi, diventato collaboratore di giustizia proprio in questo contesto. 

Tra i destinatari degli avvisi di fine indagine figurerebbe anche il fratello David Rebeshi, oltre all’ex braccio destro diventato collaboratore di giustizia Sokol Dervishi e diversi dei sodali arrestati nel famoso blitz dell’operazione Erostrato del 25 gennaio 2019. 

L’albanese Ismail Rebeshi, oggi quarantenne, fu raggiunto dall’ordinanza di custodia cautelare mentre era già in carcere in Sardegna, dal 26 novembre 2018, quando è stato arrestato per spaccio internazionale di stupefacenti, nell’ambito dell’operazione Ichnos.

Attualmente il boss di mafia viterbese Rebeshi è detenuto al 41 bis a Cuneo in seguito al riconoscimento dell’aggravante dell’associazione di stampo mafioso, per le note vicende viterbesi, confermata il 31 gennaio in terzo grado dalla cassazione quando la condanna in appello a 10 anni e 11 mesi è diventata definitiva.

Imponente anche il numero dei capi d’imputazione, sarebbero 54 gli episodi contestati agli indagati nelle 34  pagine che segnano la chiusura dell’inchiesta coordinata dalla Dda di Roma.

Fu proprio il pentito Sokol Dervishi a rivelare che la cocaina sarebbe stata già fornita da Ismail Rebeshi, una decina di anni prima, a due noti fratelli albanesi di Bagnaia che gli hanno poi presentato Giuseppe Trovato, il boss calabrese a capo del sodalizio italo-albanese che ha messo a ferro e fuoco Viterbo nel biennio 2017-2018.

Cocaina che ha condotto gli investigatori sulle tracce di un’altra banda di spacciatori concorrenti, sempre albanesi, attivi in mezza provincia con l’impiego di “manovalanza” italiana, smantellata il 13 giugno 2019 con l’operazione Underground (quelli che nascondevano la cocaina nei barattoli di riso seppelliti sulla Palanzana). 

Lo storico difensore dei fratelli Rebeshi, l’avvocato romano Roberto Afeltra, da tempo insiste sulla “connessione qualificata” tra gli arresti di Ismail per droga in Sardegna e per mafia a Viterbo. 

L’8 giugno 2020, a tre giorni dalla condanna a 12 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso del processo di primo grado, Afeltra aveva chiesto l’immediata scarcerazione per decorrenza dei termini per via della contestazione a catena con l’arresto di novembre 2018 per Rebeshi. 

La difesa ha invocato la sussistenza del vincolo della continuazione tra i reati oggetto dei due procedimenti, quello per droga in Sardegna e quello per “mafia viterbese” della Dda di Roma

“L’inchiesta appena chiusa – commenta tornando alla carica il legale – conferma, come sostengo da sempre, che le indagini a carico di Ismail erano già in corso a Viterbo dal 2017”.

Per la difesa ci sarebbe stata violazione di legge, in quanto il tribunale avrebbe omesso di considerare, “come rilevabile dagli atti, in particolare dalla comunicazione di notizia di reato dei carabinieri di Viterbo fatta propria dalla Dda”, che i fatti per i quali indagava Roma erano stati comunicati agli inquirenti di Cagliari.

Secondo il difensore Roberto Afeltra doveva essere dichiarata la perdita di efficacia della misura per effetto della retrodatazione dell’ordinanza applicativa alla data di emissione dell’ordinanza precedentemente emessa dal gip del tribunale di Cagliari, il 16 novembre 2018, in quanto i fatti di cui all’ordinanza del 10 gennaio 2019 erano desumibili dagli atti di indagine della procura della repubblica di Cagliari.

Ma il 12 giugno di tre anni fa, giorno successivo alla sentenza, il gip Emanuela Attura del tribunale di Roma disse no. Come ha detto no successivamente anche il tribunale del riesame, il 28 ottobre 2020. Il 6 aprile 2021, infine, è stata la volta della cassazione, che a sua volta ha bocciato il ricorso contro la misura cautelare del 10 gennaio 2019 sfociata nel blitz del 25 gennaio di quattro anni fa.


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


Condividi la notizia: