Mafia viterbese – Una delle vetture date alle fiamme (nei riquadri Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi)
Viterbo – Spaccio di cocaina, sono 37 gli indagati tra cui quattro donne raggiunti a fine luglio dall’avviso di conclusione indagini. Tra loro, oltre al boss albanese di mafia viterbese Ismail Rebeshi, c’è anche il boss d’origine calabrese Giuseppe Trovato. Difesi dagli storici avvocati Roberto Afeltra e Giuseppe Di Renzo, entrambi finiti nel mirino dei pm Giovanni Musarò e Francesco Tucci della Dda di Roma nell’ambito dell’inchiesta parallela per fatti di droga a partire dal 2017.
Diciotto indagati sono italiani, tra cui diversi sardi. Dieci sono d’origine albanese. Sette d’origine romena. Uno d’origine olandese e un altro del Marocco.
Tra i destinatari degli avvisi di fine indagine figurano anche il fratello David Rebeshi, oltre all’ex braccio destro diventato collaboratore di giustizia Sokol Dervishi e diversi dei sodali arrestati nel famoso blitz dell’operazione Erostrato del 25 gennaio 201, tra cui il tuttofare romeno del sodalizio Ionel Pavel, i fratelli Shkelzen e Spartak Patozi e Gabriele Laezza, l’unico italiano tuttora in carcere a Voghera per associazione di stampo mafioso. C’è poi Renato Hasa, condannato a sei anni in primo grado per droga, arrestato nell’operazione Underground che il 13 giugno 2019 ha sgominato la presunta banda di spacciatori diventati rivali del gruppo di Rebeshi.
Viterbo – Carabinieri – Operazione Underground – La droga sequestrata
L’associazione, che si sarebbe avvalsa delle risorse finanziarie delle attività di narcotraffico, avrebbe potuto contare, secondo l’accusa, su auto messe a disposizione dal concessionario di Ismail Rebeshi, di strumentazione tecnologica d’avanguardia (apparecchi cellulari di tipo Blackberry) atti ad eludere eventuali attività delle forze di polizia, di utenze intestate a soggetti non censiti sul territorio, dedicate esclusivamente ai traffici più rilevanti, di pertinenze immobiliari reperite a Roma e sul territorio viterbese dal boss Ismail per lo stoccaggio di partite di sostanze stupefacenti, di ben determinati luoghi (piazzale del concessionario auto di Rebeshi, ristorante di parenti di Laezza) per riunioni degli associati destinate a pianificare i traffici illeciti e anche di armi messe a disposizione da Ismail Rebeshi, Giuseppe Trovato e Gabriele Laezza.
Cocaina, marijuana e hashish, sarebbero stati destinati al mercato viterbese, individuando i luoghi, in zone rurali del Viterbese, nella fase cosiddetta dello spaccio itinerante, dove occultare lo stupefacente; fornendo direttive ai corrieri ed ai pusher dell’associazione sull’approvvigionamento, sulle modalità di trasporto della droga, sui luoghi dove occultarla a Viterbo per poi prelevarla per i clienti; fornendo agli associati mezzi per il trasporto, schede sim o apparecchi Blackberry dedicati ai trasporti dei quantitativi più ingenti, sostituendo periodicamente con gli associati le utenze intestate a soggetti stranieri non censiti sul territorio, dedicate ai traffici illeciti; individuando i compiti degli associati per l’attività di spaccio nella provincia viterbese e presso clienti in Umbria , Toscana e Roma e concordando il compenso per l’attività prestata per i traffici illeciti; dando direttive per sostenere le spese legali o individuare il professionista per l’assistenza degli associati tratti in arresto.
L’operazione Ichnos dei carabinieri – Nel riquadro: Ismail Rebeshi
Avrebbero spacciato anche in Sardegna, individuando i fornitori grossisti della associazione e accordandosi con i medesimi per le forniture (quantitativi, prezzo di acquisto, tempi e modalità di consegna) per i traffici dell’associazione in terra sarda, organizzando e programmando la fornitura di ingenti quantitativi di cocaina al punto di riferimento della associazione sull’isola sarda, raccogliendo il denaro necessario per gli approvvigionamenti e, individuando, in più occasioni, i corrieri di fiducia per il trasporto dello stupefacente in Sardegna, fornendo le utenze telefoniche intestate a soggetti non censiti nel territorio dello Stato per lo smercio della droga in Sardegna.
Corrieri sarebbero stati pagati 300 euro al giorno dall’associazione per curare i viaggi di approvvigionamento a Roma direttamente dai fornitori, ovvero per recuperare la droga acquistata direttamente da Ismail Rebeshi e appoggiata in una delle due case di Roma nella sua disponibilità (via Pratolungo Giardino e zona Prenestina) e per trasportarla successivamente a Viterbo.
Dopo l’arresto del novembre 2018 nell’ambito dell’operazione Ichnos, Rebeshi dal carcere avrebbe impartito direttive sui crediti da recuperare presso pusher e clienti, tra i quali almeno 70mila euro da clienti calabresi.
A Viterbo, in particolare, la droga sarebbe stata occultata in zone rurali del viterbese note agli associati, come la strada per Ferento dove uno degli indagati italiani abitava o in prossimità del circolo di tennis dove invece lavorava.
Laezza, successivamente all’arresto di Ismail Rebeshi del novembre 2018, con il fratello David Rebeshi, Giuseppe Trovato e Sokol Dervishi, ricevendo secondo l’accusa sempre direttive dal carcere, si sarebbero occupati del recupero dei crediti nei confronti di pusher debitori, anche per sostenerne le spese economiche di detenzione, con il compito di attivarsi per la nomina di avvocati, scelti dall’associazione, per assistere due fratelli di Catanzaro tratti in arresto il 29 dicembre 2018 mentre trasportavano a Viterbo circa un chilo di cocaina nell’interesse della associazione. Fermati dai carabinieri, i due fratelli dissero che stavano cercando il centro commerciale di Ferento.
Giuseppe Trovato si sarebbe anche dato da fare per trovare un nuovo “grossista” in grado di rifornire abitualmente l’associazione di ingenti quantitativi di cocaina (almeno 10 chili per volta), gestendo inoltre i rapporti con altri gruppi criminali dediti allo spaceio nel Viterbese (tra cui il cosiddetto “gruppo di Bagnala”), gestendo lui stesso direttamente i rapporti con alcuni clienti abituali della associazione successivamente all’arresto di Ismail.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


