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“Ennesimo morto di lavoro, stavolta a due passi da noi”

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Viterbo - Giancarlo Torricelli

Viterbo – Giancarlo Torricelli

Corchiano – Riceviamo e pubblichiamo – Crolla una parete a Corchiano, nel Viterbese, un muratore muore. È la cronaca spicciola di queste ore a restituire la dimensione di una strage quotidiana. Ennesimo morto di lavoro, stavolta, a due passi da noi.

Da inizio 2023 le vittime sono già 450, tre morti al giorno. Senza contare i lavoratori al nero, la cui morte semplicemente non esiste. Un’ecatombe ininterrotta, dove solo le tragedie più gravi riescono a rompere il muro  dell’indifferenza, suscitando attenzione per qualche giorno, producendo un profluvio di dichiarazioni indignate, di “mai più”, per poi risolversi sempre in un nulla di fatto.

Cosa deve avvenire ancora affinché la politica, tutta, esca dalla dimensione separata in cui si autorappresenta, incapace di produrre un solo atto concreto e, magari, portare in discussione le tante proposte di legge che giacciono da anni in Parlamento? Cosa deve succedere ancora affinché anche  i sindacati escano dalla loro marginalità e non si accontentino di una legittimazione istituzionale che produce soltanto una moltiplicazione di tavoli senza alcun risultato tangibile? 

Le tragedie più gravi, come quella del treno nel Torinese, squarciano il velo della disattenzione generale, polarizzando le emozioni. Ma dopo qualche tempo lo scandalo scema e la notizia passa dalle prime pagine dei quotidiani ai trafiletti. Se si va ad analizzare gli esiti giudiziari, la sensazione è che queste morti, lenite anche sul piano lessicale (“morti bianche”) siano avvolte da una dimensione di impotenza. 

I responsabili, quando condannati, sono chiamati a scontare pene lievi, quasi simboliche. Quando non vengono salvati dalla prescrizione per le lungaggini che caratterizzano il sistema giudiziario italiano. È come se si attribuisse questi decessi a fenomeni naturali, quando invece sono diretta conseguenza di una ben identificabile organizzazione del lavoro e del modo in cui il lavoro è oggi considerato. Il primo articolo della Costituzione dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. 

I padri costituenti consideravano il lavoro un elemento centrale della democrazia e non in senso astratto. Una centralità che, fino alla seconda metà del Novecento, ha consentito di ottenere importanti conquiste, non solo in termini di remunerazione e di condizioni lavorative, ma anche di status. C’è stato un tempo in cui si poteva dire con orgoglio di essere un operaio. Uno status che determinava identità, dando voce nel dibattito pubblico. Oggi i lavoratori hanno perso autorevolezza, non sono più considerati protagonisti della vita collettiva e non godono di riconoscimento. 

Il lavoro manuale ha subito un processo molto violento di marginalizzazione economica, sociale e culturale. I morti di Brandizzo, come quello di Corchiano, erano lavoratori manuali, quelli che svolgono i compiti più faticosi e pericolosi, ma meno retribuiti, e che riempiono le cronache solo per le loro morti di cui ci si dimentica in fretta. 

Di pari passo, il lavoro si è svalorizzato, impoverito. Da più di 20 anni gli stipendi nel nostro Paese sono al palo. L’Italia è l’ultimo Stato dei paesi Ocse e l’unico in cui i salari non si sono adeguati in maniera proporzionale all’aumento dei prezzi. Il lavoro si è spezzettato in tante schegge, con ampi settori costretti a condizioni di tipo servile. Nell’attuale sistema produttivo il lavoro è indifeso, ogni lavoratore è solo di fronte alla logica egemone: massimizzare l’efficienza, moltiplicare i profitti e riducendo i costi, a discapito dei diritti e della sicurezza. 

Se non si affrontano questi nodi di fondo, se si riduce la sicurezza a banali pratiche burocratiche, se non si riscopre il valore e la pratica del conflitto sociale, le parole di queste ore per l’ennesima vittima di lavoro rischiano di essere solo parole vuote. Inutile retorica che non cambia di una virgola la condizione di insicurezza che si vive in molti posti di lavoro. 

Giancarlo Torricelli 


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