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Viterbo – Assassinio di via Fontanella del Suffragio, oltre cinque anni dopo il delitto di cui è accusata di essere stata complice, la viterbese Azzurra Cerretani non sa ancora se sarà processata per omicidio volontario in concorso aggravato dai futili motivi.
Il difensore Fausto Barili ha chiesto il rito abbreviato condizionato alla perizia psichiatrica, che però, per tutta una serie di ragioni, tarda ad arrivare. Potrebbe essere la volta buona questo mese di settembre. L’omicidio di cui è imputata risale al 2018.
Ha meno di trenta anni Azzurra Cerretani, 28 per la precisione, che la notte tra il 20 e il 21 maggio 2018, quando di anni ne aveva soltanto 24, era anche lei nel monolocale al piano terra situato nel vicolo del centro storico adiacente a corso Italia dove il 42enne Daniele Barchi fu massacrato di botte e torturato con una forchetta fino a una morte atroce da Stefano Pavani, oggi 36enne, giudicato a suo tempo seminfermo di mente e condannato il 10 luglio 2019 a 15 anni di reclusione per omicidio volontario aggravato dai futili motivi, pena diventata definitiva.
Diversa la vicenda giudiziaria della Cerretani che, rifugiandosi a casa della sorella a Bagnaia, dove fu raggiunta da un Pavani furioso, rivelò che il giovane aveva ucciso un uomo e dove trovare il cadavere. Anche lei indagata, per la sua posizione fu chiesta l’archiviazione dalla procura, cui si opposero i genitori della vittima, sostenendo che la coppia aveva agito insieme e che il movente era da cercare nel fatto che volevano stabilirsi nella casa del figlio, che li aveva ospitati per qualche giorno, decidendosi poi ad allontanarli, cosa che avrebbe fatto scattare la violenta reazione dei due, sfociata nell’atroce delitto.
L’imputazione, per la 28enne, è arrivata a fine 2021, quando il difensore Fausto Barili ha chiesto anche per la donna una perizia psichiatrica, così come fece l’avvocato Luca Paoletti che assisteva il suo ex. Perizia affidata dal gup Giacomo Autizi al professor Federico Trobia, il quale però, per una serie di imprevisti, l’ultimo dei quali l’astensione dei penalisti contro il governo e il guardasigilli Nordio, sarà chiamato a illustrare le sue conclusioni ormai dopo la pausa estiva.
Per il padre di Barchi non ci sono dubbi sul movente, che secondo la famiglia nulla a che fare con la vita travagliata di Pavani e coi suoi problemi psichici. “Quei due delinquenti – sostiene da sempre il genitore – hanno ammazzato mio figlio perché li aveva mandati fuori di casa cinque giorni prima, quando aveva capito finalmente che delinquenti erano. La mattina del 20 maggio lo stavano aspettando fuori casa e sono entrati dentro con la forza. E il motivo era per appropriarsi della casa, questo risulta anche agli atti. Questa era la vera ragione per cui è stato ucciso mio figlio”.
“L’idea che quel delitto fosse stato consumato in un contesto di marginalità sociale e di degrado psicologico, accomunando Daniele a Pavani e alla sua compagna, è un pregiudizio che ha condizionato tutta l’indagine”, dissero i Barchi. Daniele non era affatto stato abbandonato dai sui genitori, che con cadenza almeno quindicinale lo raggiungevano da Gaeta e gli fornivano tutti i mezzi economici di cui avesse bisogno.
“Abbiamo assecondato il suo desiderio di autonomia e indipendenza acquistando ben due appartamenti in Viterbo, senza mai fargli mancare la nostra presenza e il nostro affetto – continuano i genitori – le vessazioni subite a opera di Pavani e di Cerretani ce le ha sempre tenute nascoste. L’idea del terrore in cui Daniele è stato costretto a vivere per giorni e la durata delle percosse, delle coltellate e della violenza subita, ci tormenta e non ci fa più vivere”.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


