Facchini di Santa Rosa
Viterbo – Emozione, adrenalina, orgoglio e paura. I facchini sotto la macchina di Santa Rosa, l’ultimo trasporto di Gloria. Non vedono, sollevano e spingono. Trenta metri d’altezza per 50 quintali di peso. Cento persone, ieri sera, divise bianche e fascia rossa. Spallette, ciuffi e corde. Un motore di cui ciascuno è parte. Un insieme dove gli occhi sono le guide, la sintesi e la voce il capo. “A me, ogni volta – ha confidato un facchino, Luciano Giuliobello – la macchina toglie il fiato”.
Poi le fermate. Dopo il “sollevate e fermi”, l’esplosione del “fuori”. E i volti che affiorano, come dentro un affresco di Lorenzo di Jacopo di Pietro Paolo, lo sposalizio della Vergine alla chiesa della Verità. Viterbo, così com’era, 500 anni fa.
Franco Taratufolo e Pietro Mecarini
“La sensazione è indescrivibile”, racconta Yuri Miralli, uscito da sotto la macchina a piazza del comune. La gente applaude, i familiari hanno l’occasione per un primo contatto, prima ancora della basilica, in cima alla salita, quando Gloria ha finito la corsa, tirata a forza dalle corde, con la santa in cima. Il ritorno trionfale al Santuario.
“Quando porti la macchina ti batte il cuore – prosegue Miralli – e la testa corre appresso a mille pensieri. Ma quello fisso è che devi portare Rosa a casa. Quindi stringi i denti. Quando stai sotto, la paura c’è, ma va via subito. Perché pensi che siamo tanti, e insieme e facciamo una sola persona”. Un insieme di cui Sandro Rossi è voce, sintesi e capo. E le 4 guide gli occhi.
Viterbo – Santa Rosa 2023 – Gloria di fronte al santuario
Gianni “bozzoletto” Aloisi, Franco Taratufolo, Pietro Mecarini e Luigi Aspromonte. Ad affiancarli 4 assistenti. “Aiutiamo il capofacchino a guidare la macchina lungo il percorso – spiega Aloisi – facendo in modo che la macchina non salga sui marciapiedi o vada addosso alla gente. Siamo i suoi occhi”.
Facchini di Santa Rosa
Le qualità di una guida. “Anzianità – rispondono tutti -, conoscenza del percorso, esperienza e fiducia piena del capofacchino”. “Ho portato la macchina per 44 anni – sottolinea Taratufolo – e ho fatto il ciuffo di prima fila. Adesso ci sono anche i miei due figli, Alessandro e Marco, e quelli di mio fratello Massimo: Francesco e Leonardo”. Tre generazioni.
Luciano Giuliobello
Le guide vestono poi come il capofacchino e il presidente del Sodalizio, Massimo Mecarini. Li differenzia la fascia. Quella delle guide è rossa. Quattro in tutto, due davanti e due dietro. “Le due guide anteriori – aggiunge Taratufolo – camminano con le spalle alla macchina. A marcia indietro per guardare la parte alta e vedere se nelle parti più strette del percorso, o a ridosso dei balconi, la macchina si sposta. Al tempo stesso la spingono. Le guide posteriori la tirano e fanno la stessa cosa, guardano in alto e al tempo stesso guardano davanti. Ci coordiniamo tra di noi e con chi ci assiste con gesti e sguardi. Nulla di codificato, ci capiamo e basta.
Gianni Aloisi
“L’aiuto guida – prosegue Mecarini – diventa poi guida. Guardiamo se tutto è a posto e diamo l’ok nel momento in la macchina viene abbassata. Il capofacchino non può guardare dappertutto. Ai lati ci siamo noi, che manovriamo. Parte di un motore che dà forza alla macchina”.
Yuri Miralli
Mecarini è anche lui alla terza generazione. Facchino il padre, Girolamo, facchino il nonno da parte di madre, Nazareno Rosselli. La figlia Veronica è a sua volta infermiera del Sodalizio.
Facchini di Santa Rosa
La guida Luigi Aspromonte è invece alla quarta generazione. “Ho un figlio entrato quest’anno, Francesco. Un orgoglio per la nostra famiglia. Prima di me, sono stati facchini mio nonno, il babbo e due zii. Il primo anno da guida la preoccupazione c’è, un po’ come per tutti gli esordi. Poi passa tutto e si va avanti senza alcun problema. Se una guida sbaglia? Se una guida sbaglia il pericolo è che la macchina vada a sbattere contro un muro. Siamo uomini di fiducia del capofacchino”.
Luigi Aspromonte
Accanto alle guide, uno appresso all’altro, i facchini. Immobili e all’unisono al sollevate e fermi. In ordine sparso dopo il “fuori”. “Sono 18 anni che faccio il facchino – ricorda Luciano Giuliobello -. Iniziamo da piccoli, chiamati da Santa Rosa. Da agosto per noi è tutta una serie di eventi, fino alla sera del 3 settembre. E le nostre famiglie vanno solo che ringraziate. La mia si commuove ogni volta, appena mi vede tirare fuori la divisa. Insieme facciamo poi la vestizione, momento fondamentale. Ad assistermi in quel momento, mia moglie e mia madre, Antonietta Giusti e Gabriella Bandiera. Mia moglie mi mette la fascia, mi aggiusta le maniche. Mia madre, i piccoli ritocchi”.
“Ogni anno – continua Giuliobello – l’emozione è diversa, ogni anno la carica è un’altra. A me, ogni volta la macchina toglie il fiato”.
Maurizio Tombolella
“Andrenalina pura – conclude infine il ciuffo Maurizio Tombolella -, soltanto al “sol…”, senza nemmeno il bisogno di arrivare al ‘sollevate e fermi’. A quel punto cerchi di alzare la macchina il più possibile, per aiutare i compagni che ti sono accanto. L’uno accanto all’altro, con guide e capofacchino che sono i nostri occhi, le nostre orecchie”.
Daniele Camilli
Fotocronaca: Facchini e guide di Santa Rosa









