- Viterbo News – Viterbo Notizie – Tusciaweb – Tuscia News – Newspaper online Viterbo – Quotidiano on line – Italia Notizie – Roma Notizie – Milano Notizie – Tuscia web - https://www.tusciaweb.eu -

“Assoluzione piena per Manuel Pecci, strumento del boss Trovato per tentare di arrivare a Camilli…”

Condividi la notizia:

Carlo Taormina, Manuel Pecci e Fausto Barili

Carlo Taormina, Manuel Pecci e Fausto Barili


Viterbo – Dopo un’attesa di oltre un anno e mezzo dalla richiesta pene, è ripreso davanti al nuovo collegio presieduto dal giudice Jacopo Rocchi uno dei processi scaturiti dalla maxinchiesta “mafia viterbese” coordinata dalla Dda di Roma, che ormai quasi cinque anni fa ha sgominato un pericoloso sodalizio criminale attivo nel capoluogo.

È il processo a Manuel Pecci, Emanuele Erasmi e Ionel Pavel, i tre imputati di estorsione con l’aggravante del metodo mafioso, due imprenditori viterbesi e un operaio d’origine romena, giunto alla discussione delle difese dopo che il pm antimafia Fabrizio Tucci, anche per il collega Giovanni Musarò, ha chiesto sette anni e mezzo per i primi due e 9 anni e nove mesi per il terzo.

Ieri è stata la volta della difesa di Manuel Pecci, con gli avvocati Carlo Taormina e Fausto Barili che hanno chiesto l’assoluzione piena dell’imputato, con la formula più ampia, ovvero perché il fatto non sussiste. 

Una tirata di quattro ore, quella di Taormina e Barili, difensori del 33enne che il 25 gennaio 2019 fu tra i tre dei tredici arrestati dell’operazione Erostrato cui non è stata contestata l’aggravante dell’associazione di stampo mafioso, confermata invece lo scorso 31 gennaio per nove dei componenti del sodalizio italo-albanese dei boss Ismail Rebeshi e Giuseppe Trovato, che nel biennio 2017-2018, hanno messo a ferro e fuoco Viterbo, tra incendi, teste mozzate e altri atti intimidatori.

Secondo l’accusa, tra novembre e dicembre 2017, Pecci avrebbe ingaggiato il boss Trovato per stroncare le pretese risarcitorie di un ristoratore cliente del salone di famiglia che, in seguito a delle “scottature” successive a un trattamento estetico, l’11 dicembre 2017 gli fece scrivere una lettera dal suo avvocato, chiedendo in realtà soltanto di fissare una visita dermatologica per chiarirne l’entità in vista di un eventuale ricorso all’assicurazione.

L’avvocato Taormina, parlando più volte di “ipertrofia accusatoria”, sfociata in un mandato di arresto, ha sottolineato come la miglior difesa di Pecci sia stata proprio la presunta parte offesa, un amico di famiglia, che non ha mai sporto né denunce, né querele, né si è costituito parte civile. E che, trovandosi di fronte al boss Trovato, giunto con Pecci all’uscio del suo locale – come lui stesso ha testimoniato – non si sarebbe sentito né intimidito, né minacciato, bensì gli “gli ha riso in faccia”, considerandolo all’epoca “uno normale”, anche lui come tanti altri frequentatore della “movida viterbese”, fatta di chiacchiere e aperitivi con le solite persone nei soliti locali della città.

Il ristoratore, in sostanza, secondo la difesa, avrebbe dovuto essere punito, picchiato, mandato in ospedale – come “promette” Trovato all’imputato, intercettati in auto – “non per Pecci, ma per avere mancato di rispetto a un mafioso”. 

Uno che ragiona con la “logica della piattola” il boss Trovato. Uno che, risaputa la storia del trattamento estetico mal riuscito, avrebbe “usato Pecci come strumento per arrivare a Piero Camilli”. Un “fatterello”, hanno detto Barili e Taormina, ingigantito in chiave “mafia viterbese”.

“Ha fatto tutto Trovato da solo, in totale autonomia, insinuandosi nella vicenda Pecci-cliente pensando di approfittarne per raggiungere il suo scopo, senza riuscirci, perché tutto è iniziato e finito nello stesso giorno, il 13 dicembre, quando il ristoratore lo ha mandato a quel paese e Pecci, dopo quaranta minuti, quando lo ha riaccompagnato in auto dicendogli che voleva dargli una lezione perché gli aveva mancato di rispetto e se contattava il figlio di Camilli, ha capito con chi aveva a che fare, è sbiancato, è rimasto terrorizzato, non vedeva l’ora di andarsene, chiudendosi dietro lo sportello e ogni relazione, anche di lavoro, con Trovato. Uno spartiacque”, hanno detto i difensori di Pecci.

“Pecci esce di scena dopo quaranta minuti, quando chiude lo sportello della macchina di Trovato”, hanno ribadito più volte Barili e Taormina, affrontando quello che è accaduto dopo, nella stessa giornata – ovvero le telefonate del boss all’avvocato di Pecci, l’intercettazione in cui parla con un sodale, la chiamata delle 22 da parte del ristoratore che gli chiede scusa per il “vaffa” – la cui interpretazione, secondo i legali, è stata forzata ai fini dell’accusa. Così come le presunte ammissioni del collaboratore di giustizia Sokol Dervishi, braccio destro dei boss Rebeshi e Trovato, smentite dai suoi stessi “sbalzi di memoria” durante l’interrogatorio dal carcere durante l’udienza del 15 ottobre 2020. 

“Trovato gioca il ruolo di protagonista non richiesto, al fine di usare Pecci come strumento per arrivare alla famiglia Camilli; Pecci invece gli dirà di no e sparirà per sempre”, hanno insistito i legali di Pecci, secondo i quali è l’unica chiave di lettura. 

Il 27 ottobre toccherà alle difese di Emanuele Erasmi e Ionel Pavel, assistiti dagli avvocati Giuliano Migliorati e Michele Ranucci. Sentenza il 19 dicembre. Salvo imprevisti prima di Natale.

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


Condividi la notizia: