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Bracciante agricolo massacrato di botte perché voleva la paga, in tre a giudizio

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Braccianti agricoli - Foto di repertorio

Braccianti agricoli – Foto di repertorio

Gallese – (sil.co.) – Quattro anni fa avrebbero pestato a sangue un bracciante agricolo solo perché chiedeva di essere pagato. In tre sono finiti a processo, tutti italiani, tra cui un imprenditore agricolo 59enne di Gallese attivo nel settore vitivinicolo, con le pesanti accuse di lesioni aggravate, sequestro di persona e sfruttamento del lavoro in concorso.

Per uno dei tre imputati, residente a Vignanello, la cui posizione martedì è stata stralciata, gli atti sono stati rinviati al gup per un vizio non sanabile dai giudici del collegio, costato in base alla riforma Cartabia la nullità del decreto di citazione a giudizio. A ottobre l’udienza di ammissione prove.

Parte civile la vittima, un lavoratore pakistano, cui sarebbe stato intimato di non permettersi più di chiedere soldi. Dovrà inoltre essere sentita anche un’altra parte offesa, anche lui operaio, originario della Romania.

È la vicenda del bracciante extracomunitario, di nazionalità pakistana, privo di regolare contratto, che secondo l’accusa il pomeriggio del 5 giugno 2019, a Gallese, sarebbe stato massacrato di botte da tre persone, finite poi ai domiciliari a ottobre, a distanza di quattro mesi, mentre rimase indagato a piede libero l’imprenditore agricolo, considerato il mandante della spedizione punitiva finalizzata a dargli una lezione.

Lo straniero, all’uscita del bar dove avrebbe incontrato il principale per sollecitare la paga, sarebbe stato seguito dai tre imputati, quindi caricato su un furgone e percosso con violenza. Fatto sta che il poveretto è finito in ospedale con tre costole rotte e 20 giorni di prognosi.


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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