Viterbo – “Chiediamo di finanziare uno studio dell’università della Tuscia per mappare le risorse idriche regionali e valutare la possibilità di utilizzare l’acqua dei Monti Cimini che nei vari filoni superficiali ha meno tracce di arsenico, bel al di sotto della soglia di attenzione”. Questa una delle possibili azioni da mettere in campo nel futuro prossimo per cercare di risolvere il problema dell’acqua nel territorio della Tuscia. L’ipotesi è stata avanzata da Maurizio Biagiarelli del Comitato non ce la Beviamo che, con la portavoce Paola Celletti, ha tenuto un incontro nel pomeriggio.
Viterbo – Incontro con il Comitato Non ce la beviamo – Da sinistra Maurizio Biagiarelli, Paola Celletti e Antonella Litta
Un incontro che fa seguito al precedente convegno “Acqua senza Arsenico : possibili prospettive per la Tuscia ” durante il quale il professore dell’ università degli studi della Tuscia Vincenzo Piscopo aveva illustrato, con taglio scientifico, le possibilità di ricerca per trovare sui Monti Cimini risorse idriche non contaminate da arsenici e cloruri.
Un sfida per la quale oggi si è voluto trarre delle conclusioni o comunque arrivare a delle possibili soluzioni. Presente all’incontro anche Antonella Litta dell’associazione medici per l’ambiente-Isde.
Viterbo – Incontro con il Comitato Non ce la beviamo
“Alla luce di quanto emerso dagli studi del dottor Piscopo noi chiediamo alla regione Lazio e all’autorità del bacino distrettuale dell’Appennino centrale di elaborare e finanziare un progetto di collaborazione con l’università degli studi della Tuscia, che ha espresso la propria disponibilità, per verificare due aspetti essenzialmente – ha spiegato Maurizio Biagiarelli-. Il primo riguarda la possibilità di un’autorizzazione alla captazione delle acque superficiali dei Monti Cimini povere di arsenico; il secondo di provvedere alla mancanza di una lacuna di una mappatura delle risorse idriche della regione e del monitoraggio del consumo delle stesse”.
Viterbo – Incontro con il Comitato Non ce la beviamo – Viterbo – Da sinistra Paola Celletti e Antonella Litta
“Inoltre noi continuiamo a chiedere alla regione, sempre alla luce degli studi del dottor Piscopo, di ripensare all’investimento faraonico per il raddoppio del Peschiera che probabilmente andrebbe ad avere conseguenze drammatiche per il territorio – ha spiegato Biagiarelli -. Considerando inoltre che i costi di questa opera sono raddoppiati nel corso di progetto di realizzazione, passando da 650 milioni di euro iniziali a circa un miliardo e mezzo, determinati da 750 milioni da Pnrr e 750 milioni dalle bollette. Chiediamo in sostanza alla regione una risposta al legittimo dubbio che sia possibile rinvenire risorse idriche alternative, localmente diffuse sul territorio, più facili da raggiungere, più veloci e molto meno costose del progetto del Peschiera, sia sul piano finanziario che su quello ambientale”.
“Torniamo infine anche sul discorso della legge 5 del 2014, approvata ma mai applicata – ha concluso Biagiarelli -. Noi vorremmo che nelle more di quella legge la regione Lazio, come ha fatto per anni, continuasse a farsi carico con la fiscalità generale regionale dei costi della dearsenificazione dei nostri territori dell’Ato 1, che ammontano a 10 milioni di euro. Costo che attualmente grava sulle bollette degli utenti”.
Viterbo – Incontro con il Comitato Non ce la beviamo
Richieste che il Comitato non ce la beviamo vuole avanzare ai comuni, alla presidenza Ato 1, alla regione Lazio, all’autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale.
Tutte istanze che partono dagli studi del dottor Piscopo che si basano essenzialmente su alcuni elementi.
La prima considerazione. “È stata accertata la disponibilità di acqua con tracce minime di arsenico, bel al di sotto della soglia di attenzione, in vari filoni acquiferi superficiali alle quote più alte della catena dei monti Cimini, che secondo una prima stima teorica potrebbero soddisfare i bisogni idrici di circa 50.000 persone”, spiegano dal Comitato.
Come seconda considerazione, affermano sempre dal Comitato: “Approfondendo la problematica della disponibilità dei corpi idrici sotterranei sia della Tuscia che della regione in generale, è venuto fuori che neppure a livello regionale esiste una mappatura dei siti acquiferi sotterranei e che manca un monitoraggio sia quantitativo che qualitativo dell’utilizzazione di quelli in uso”.
Maurizia Marcoaldi



