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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Ancora una volta, in questi giorni, siamo venuti a conoscenza di un’altra operazione delle forze dell’ordine che hanno intercettato e sequestrato sostanze stupefacenti illegali. L’ennesima conferma, se ce ne fosse bisogno, della presenza nella Tuscia di un traffico di droghe sempre più radicato e manifesto.
Ma anche questa notizia sembra non aver suscitato grande interesse nell’opinione pubblica, quasi fosse un dato naturale, a cui rassegnarsi. Eppure, se c’è spaccio, c’è consumo. E i “consumatori” sono i nostri ragazzi, i nostri giovani (anche se non solo).
Mentre siamo grati per il lavoro della polizia, dei carabinieri e della guardia di finanza, non possiamo non interrogarci sul cuore della questione: le ragioni che portano a far ricorso a queste sostanze.
In un contesto sociale segnato dal vuoto e da orizzonti preoccupanti, emerge con forza la fatica e lo smarrimento dei nostri giovani. Qui è in gioco la nostra responsabilità educativa. Le nuove generazioni devono trovare sulla loro strada adulti in grado di ascoltare le loro attese più profonde e di accompagnarli nella loro crescita, come persone libere e responsabili, con parole di senso e stili di vita credibili.
Il Ceis San Crispino di Viterbo, che è stato guidato da oltre 40 anni da don Alberto Canuzzi, ha raccolto la sfida di accogliere centinaia di persone con gravi dipendenze patologiche, per aprire loro prospettive di riabilitazione e riscatto umano.
Un compito difficile, in cui sono frequenti sconfitte e delusioni, ma che ha visto anche molte “rinascite” insperate, che alimentano la speranza di chi vuole uscire dalla spirale della dipendenza. Continueremo ad impegnarci in questa direzione, in stretta collaborazione con i servizi pubblici e con il sostegno della Diocesi viterbese.
Ma la vera sfida è intervenire prima, “a monte”, come si dice. E qui, credo, è evidente che non facciamo abbastanza. Serve un’alleanza educativa più forte tra le famiglie, le scuole, le parrocchie, le associazioni, i servizi pubblici. Ciascuno, secondo le proprie responsabilità, può “fare di più”.
Il forte disagio degli adolescenti e dei giovani non va sottovalutato. Non possiamo parlare di droga solo in occasione di operazioni di polizia. Il ricorso alle sostanze è sintomo di malesseri più profondi, che dobbiamo intercettare e interpretare per aiutare le persone ad affrontare con fiducia le sfide della vita.
Cosa fare, come istituzioni, come chiesa, come scuola e come società civile? Non abbiamo ricette precostituite, ma non possiamo stare solo a guardare e a lamentarci.
Noi ci siamo. Speriamo di trovare buoni compagni di viaggio.
Martino Attilio Rebonato
Presidente Centro di Solidarietà San Crispino di Viterbo
