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“Erasmi non aveva idea di chi fosse il boss Trovato” – “Pavel era per i sodali solo un ubriacone”

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Mafia viterbese - Teste mozzate di animali usate per intimidire le vittime dai sodali

Mafia viterbese – Teste mozzate di animali usate per intimidire le vittime dai sodali


Viterbo – Il falegname viterbese Emanuele Erasmi “non aveva idea di chi fosse Trovato”, mentre il tuttofare Ionel Pavel sarebbe stato considerato dai sodali “solo un inaffidabile ubriacone romeno”. Così ieri le difese.

È giunto alle ultime battute il processo di primo grado ai due imprenditori viterbesi Manuel Pecci e Emanuele Erasmi e all’operaio romeno Ionel Pavel, considerato il tuttofare del sodalizio criminale di stampo mafioso capeggiato dai boss Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi. Davanti al nuovo collegio presieduto dal giudice Jacopo Rocchi, sono imputati a vario titolo di furto, danneggiamento ed estorsione aggravati dal metodo mafioso.

Ieri è toccato agli avvocati Giuliano Migliorati e Michele Ranucci, difensori rispettivamente di Erasmi e Pavel, i quali hanno cercato di ridimensionare le accuse rivolte ai propri assistiti, cui viene contestata l’aggravante del metodo mafioso per essersi “accompagnati” a membri della consorteria che nel biennio 2017-2018 ha messo Viterbo a ferro e fuoco. Erasmi rischia una condanna a sette anni e mezzo, Pavel a 9 anni e nove mesi di carcere.

“Potevano averli fermati subito, fin dal primo episodio di gennaio 2017 o da quelli immediatamente successivi, senza aspettare l’escalation sfociata nell’operazione della Dda. Non avevano bisogno neanche delle denunce. Si tratta per lo più di reati perseguibili d’ufficio, come i danneggiamenti, commessi da singoli individui, che si è voluto a tutti i costi inquadrare in un contesto di associazione mafiosa”, secondo l’avvocato Migliorati, che ha espresso dubbi sulla sussistenza dell’associazione di stampo mafioso – e quindi della contestata aggravante del metodo mafioso -nonostante la pietra tombale della cassazione, che lo scorso 31 gennaio ha sancito la condanna definitiva di nove dei tredici arrestati nel blitz del 25 gennaio 2019 confermando anche in terzo grado l’aggravante.  

I fatti contestati al falegname cinquantenne di Bagnaia, per cui il pm Fabrizio Tucci ha chiesto una condanna a 7 anni e mezzo di reclusione, risalgono a luglio 2018, quando ormai da un e mezzo il sodalizio si distingueva per attentati incendiari, teste di animali mozzate e intimidazioni di varia natura.

Erasmi, tramite un frequentatore della sua stessa palestra, sarebbe arrivato al boss Trovato, per convincere un debitore riottoso a dargli gli ottomila euro che gli doveva. “Un semplice, un pavido”, secondo il difensore, “un cinquantenne tutto lavoro e famiglia, sposato e con due figli”: “Da anni gli sbatteva la porta in faccia, allora ha pensato di farsi accompagnare, ma non sapeva chi fossero Trovato e i suoi. E nemmeno la presunta vittima, che dopo avere visto due ceffi sconosciuti che parlavano a nome del suo creditore, uno dei quali con accento calabrese, è subito corso in questura, senza alcuna omertà o assoggettamento ad alcuna mafia”.


Mafia viterbese - Nei riquadri Emanuele Erasmi, Ionel Pavel e Manuel Pecci

Mafia viterbese – Nei riquadri Emanuele Erasmi, Ionel Pavel e Manuel Pecci


L’avvocato Ranucci ha puntato sull’inaffidabilità conclamata di Pavel per il boss albanese Rebeshi e sodali: “Anzitutto perché romeno e poi perché lo consideravano un ubriacone, per cui figuriamoci se lo coinvolgevano”.

Inaffidabile,  secondo il legale, anche il superteste albanese suo grande accusatore: “Lo abbiamo visto in aula, nemmeno capiva l’italiano, figuriamoci se è vero che Pavel gli ha confessato in un bar del Pilastro di avere preso parte agli attentati incendiari e avere bruciato le macchine di due carabinieri. Il superteste, guarda caso, lo ha riferito il giorno che gli sono andati a casa a cercare stupefacenti”.

Secondo l’accusa, sarebbe stato l’operaio romeno a rubare la Fiat Punto nera vecchio tipo il 25 gennaio 2017 a Montefiascone, poi usata dai boss Rebeshi e Trovato la notte tra il 18 e il 19 aprile 2017 per la doppia spedizione a Grotte Santo Stefano e a Capodimonte, dove hanno fatto esplodere le auto di un carabiniere e del titolare di un compro oro, quindi nascosta presso un casello ferroviario dismesso sulla Cassia Nord e bruciata il 23 aprile per far sparire le tracce, quando era stata già munita di “cimici” dagli investigatori.

Sempre secondo i pm antimafia Giovanni Musarò e Tucci, Pavel avrebbe anche pedinato e preso parte a un sopralluogo davanti a casa del carabiniere il giorno prima dell’attentato incendiario, della cui consapevolezza da parte dell’imputato, secondo Ranucci, non esisterebbero prove.

Il doppio rogo sarebbe stato il frutto di un doppio favore: di Giuseppe Trovato a Ismail Rebeshi che voleva punire il carabiniere per l’arresto del fratello e di Rebeshi a Trovato che voleva sbarazzarsi della concorrenza.

“Una mano lava l’altra”, ha riferito Sokol Dervishi, l’ex braccio destro pentito che, diventando collaboratore di giustizia, si è trasformato nel grande accusatore, contro cui hanno puntato più volte il dito le difese: “La stragrande maggioranza delle cose che ha detto le ha sentite raccontare, non le ha vissute di persona”.

Nessuna prova, sempre per la difesa, delle presunte minacce da parte di Pavel, tra settembre e ottobre 2017, ai due romeni organizzatori delle famose serate da ballo per connazionali al Theatrò, bruscamente interrotte dallo stesso titolare della discoteca dopo avere trovato la “sorpresa” di cinque teste mozze di animali appese sull’ingresso del locale. “Io vi rompo il culo, me la prendo anche con un bambino di un anno”, avrebbe detto alle vittime, facendosi portavoce del boss Rebeshi.

Lo scorso 6 ottobre era stata la volta degli avvocati Carlo Taormina e Fausto Barili per l’imputato Manuel Pecci. Il 19 dicembre toccherà alle repliche del pm dopo di che i giudici si ritireranno in camera di consiglio per la sentenza. 


Metodo mafioso - Il 9 marzo 2020 a Mammagialla la prima udienza alla vigilia del lockdown

Metodo mafioso – I difensori Migliorati, Ranucci e Taormina, con la parte civile avvocato Roberto Alabiso, il 9 marzo 2020 a Mammagialla dopo la prima udienza del processo, celebrata alla vigilia del lockdown


Non una mafia tradizionale per cui “basta la parola”,”a denominazione d’origine controllata”, come la mafia tradizionale, la ‘ndrangheta, la camorra e la sacra corona unita. Ma pur sempre mafia, con o senza nome, secondo il terzo comma dell’articolo 416 bis relativo all’associazione di stampo mafioso che ha portato lo scorso 31 gennaio alla condanna definitiva di nove dei tredici arrestati nel blitz del 25 gennaio 2019 dell’operazione Erostrato. 

A distanza di quattro anni dall’operazione Erostrato. lo scorso 31 gennaio è arrivato il sigillo della cassazione a promuovere definitivamente la maxinchiesta dei carabinieri coordinati dalla Dda di Roma, pm Fabrizio Tucci e Giovanni Musarò, che a Viterbo ha sgominato un sodalizio criminale italo-albanese attivo da un paio d’anni sul territorio (gennaio 2017-dicembre 2018) in una escalation di attentati incendiari e atti intimidatori. Tra le vittime della banda di Ismail Rebeshi e Giuseppe Trovato imprenditori, forze dell’ordine, avvocati e anche qualche politico.  

Al Comune di Viterbo, una delle 19 parti civili, è stata riconosciuta una provvisionale di 30mila euro. “Mafia viterbese” è stata certificata, tra il primo e l’ultimo grado di giudizio, come “mafia non tradizionale”, “piccola” e “atipica”, assimilabile al famigerato clan Fasciani di Ostia. Una “mafia senza nome”, ma pur sempre un’associazione di stampo mafioso. Nessun dubbio che si trattasse di “sodali” e su chi comandasse. Intercettati mentre parlano tra loro, Rebeshi e Trovato si dicono l’un l’altro frasi come “mò tu tieni il problema, io tengo il problema e ci dobbiamo aiutare, basta” oppure “ci dobbiamo capire solo guardandoci… basta che mi guardi io scatto”.

“Parliamo di 52 episodi, che poi sono stati sviscerati in 41 contestazioni. Qualcosa che a Viterbo non si era mai visto. Una vicenda del tutto nuova, con una entità, una portata per la città di Viterbo, che io rappresento, che è stata veramente eclatante per quanto riguarda gli effetti che hanno determinato, proprio in termini di numeri, di episodi, di ricorso sistematico alla violenza”, ha sempre sottolineato l’avvocato di parte civile del comune, Marco Russo. “Un qualcosa di assolutamente autonomo e nuovo, perché è una banda formata da calabresi e albanesi, dove la visione di Giuseppe Trovato era una visione che riguardava la strategia per attuare il controllo del territorio, attraverso l’assoggettamento e attraverso quello che era poi il controllo dei compro oro, delle discoteche, di quelle che erano le attività d’interesse”. 

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

 


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