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Giostrai accusati di avere rapinato e picchiato carabiniere, maresciallo di Grosseto teste della difesa

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Carabinieri e 118

Carabinieri e 118 – Immagine di repertorio

Oriolo Romano – Giostrai accusati di avere rapinato e picchiato un carabiniere, un maresciallo di Grosseto l’unico testimone della difesa.

Erano circa le sei del pomeriggio dell’8 gennaio del 2020 e ieri è nuovamente slittato, al 17 settembre 2024, il processo davanti al collegio ai due cognati giostrati di Cerveteri che furono arrestati dai carabinieri il 20 luglio dell’anno successivo con l’accusa di avere commesso oltre alla rapina ai danni del carabiniere di Oriolo Romano anche altri furti.

Il militare, aggredito mentre cercava di bloccare i banditi in fuga su una Fiat 500 bianca, finì in ospedale da dove fu dimesso con una prognosi di sette giorni. 

Gli imputati, difesi dagli avvocati Pietro Messina e Angelo Staniscia, sono accusati anche di altri sei colpi tra Oriolo Romano e la capitale, due dei quali la notte di Capodanno, tra il 2019 e il 2020, mentre i padroni di casa erano fuori a festeggiare. I banditi sarebbero stati incastrati proprio dai dati rilevati dall’impianto Gps della vettura (presa a noleggio a Cerveteri per commettere i furti) e delle celle agganciate dai telefonini, perfettamente sovrapponibili per luoghi e orari. 

Fra undici mesi sarà sentito l’unico testimone della difesa, un maresciallo dei carabinieri di Grosseto. Per la difesa, infatti, non ci sarebbero le prove che uno dei due cognati arrestati – un 29enne originario di Milano, all’epoca domiciliato con la figlioletta e la compagna dai suoceri a Cerveteri e residente a Marina di Massa con la madre – avesse in uso l’utenza telefonica a lui intestata. Esisterebbero invece le prove che fosse in uso ai suoceri nell’estate del 2018, come risulta da indagini della procura di Grosseto su dei furti di cui è accusato il suocero, basate anche sulle intercettazioni di conversazioni della coppia. Successivamente all’arresto del marito, anche lui  nei guai per presunti furti in abitazione, l’utenza sarebbe passata alla moglie. Sempre per la difesa, inoltre, le varie utenze avrebbero avuto “un uso promiscuo endofamiliare, il che impedisce di individuarne l’effettivo utilizzatore nel giorno del delitti”.

Sarà invece processata a parte la donna di Viterbo, rinviata a giudizio per concorso in rapina aggravata e difesa dall’avvocato Luigi Mancini, che avrebbe fornito un alibi alla coppia, denunciando presso la questura del capoluogo il furto dell’auto a noleggio usata per il colpo in cambio di un Rolex d’oro. 

La viterbese, per cui il processo inizierà a novembre, la mattina successiva alla rapina a casa del carabiniere, si è recata alla polizia per denunciare il falso furto della Fiat 500 bianca utilizzata dai banditi. Sentendo il fiato degli investigatori sul collo, dopo l’aggressione al carabiniere, i ladri avrebbero incaricato la coimputata, sembra promettendole in cambio 4mila euro e un Rolex d’oro, di recarsi a denunciare il furto della macchina. 

Peccato che la donna abbia commesso un errore, dicendo che l’auto era stata rubata dai ladri la sera prima mentre era parcheggiata a Roma con la chiave rimasta appesa sullo sportello, quando il Gps dell’assicurazione dava la vettura a Oriolo Romano alla stessa ora.

La Fiat 500 bianca, lavata e tirata a lucido probabilmente per cancellare ogni traccia dei banditi, fu trovata il giorno stesso della denuncia “abbandonata” nel parcheggio di un lavaggio auto a Ladispoli. 

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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