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Israele, davvero una sorpresa quella di Hamas?

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Tel Aviv - Razzi di Hamas su un rave party, 260 morti

Tel Aviv – Razzi di Hamas su un rave party, 260 morti

Viterbo – Fosse vero che in Israele, di sabato mattina in un giorno di festa religiosa, nessuno immaginava quanto stava per succedere fino a quando non sono piovuti missili e kalashnikov in parapendio, sarebbe il bis di cinquant’anni fa, quando l’attacco militare arabo del 6 ottobre 1973 arrivò anch’esso inaspettato nella ricorrenza del rito dell’espiazione, lo Yom Kippur. Possibile?

Una sorpresa per tutti e dappertutto, stanti la giustamente decantata perizia dell’intelligence, il senso d’appartenenza degli ebrei, le loro capacità finanziarie e militari, ma lo Stato Maggiore stavolta ha riconosciuto di aver “fallito” perché dalla notte prima alcuni segnali ci sarebbero stati.  

Mezzo secolo fa, nel 1973, quando Siria ed Egitto sorpresero Israele, al governo c’era Golda Meyr con alla Difesa Moshè Dayan, il generale “Cincinnato” che già due volte, nel 1956 e nel 1967, aveva portato i suoi alla vittoria. “Mito positivo – scrisse l’Espresso- che la gente d’Israele ha opposto a quello negativo rappresentato da Nasser”, il quale governava a Il Cairo.

L’ambasciatore italiano di allora, Vittorio Cordero di Montezemolo, pochi giorni dopo l’attacco del Kippur, spiegò al presidente della Commissione esteri della Camera, Giulio Andreotti – il quale lo annotò nel diario sotto la data del 16 novembre 1973 – che gli israeliani “con le fotografie dei satelliti avevano avuto conoscenza da qualche giorno del raggruppamento dei carri”.

La strategia del governo fu però ispirata al monito che Golda Meir diceva di aver appreso dal generale De Gaulle e cioè “non sparare per primi”, ritenendo che così e “come altre volte, fosse più facile respingere gli attacchi”. Timorosi, forse, di compromettere la solidarietà dell’Occidente, la cui opinione pubblica non sarebbe stata favorevolmente impressionata da un attacco unilaterale delle ben note potenza e durezza militari di Moshè Dayan e dei suoi. Raccontò l’ambasciatore che la reazione israeliana fu “particolarmente dura dalla parte della Siria, dove si sono trovati mille carri armati e loro ne avevano cento; ma civili, messi nelle buche del deserto, davano l’annuncio radiofonico dell’arrivo dei carri che venivano circondati dai soldati in modo da far arrivare gli aerei israeliani a distruggerli”.

Sorpresa o strategia, dunque? “Cos’è un’aggressione?” si chiedeva lo scrittore Arrigo Benedetti ed Eugenio Scalfari: “chi è l’aggressore? E’ Israele per il fatto stesso di esistere? o Nasser e i suoi cannoni, incurante dei pericoli per la pace?”. Per Benedetti, Israele “vinceva perché combatteva contro i resti di civiltà decadute, le quali possono incuriosire gli archeologi e gli antropologi, mentre sono da giudicarsi solo brutalità anticulturale di massa”. Insomma, scontro di civiltà vinto dagli “israeliani perché s’identificano col mondo moderno”. Ma è’davvero così?  “La cultura, amico Benedetti – rispose Scalfari – non vince mai, né perde le guerre militari”. E il cerchio anche stavolta non si chiude in quelle terre che furono di Caino e Abele.

Nel ’73, Golda Meir – che di cognome faceva Mabovitch, quando nacque a Kiev in Ucraina (come si rincorrono nella storia date e situazioni!) – proponeva di “lavorare sulla questione di Gerusalemme con una specie di status a tre conquistando all’idea re Faysal” dell’Arabia Saudita. Con questa monarchia, almeno fino a sabato 7 ottobre, Israele stava trattando per un patto tra discendenti di Abramo, quali ebrei ed arabi sono, ma ora può di nuovo accadere che “la posta a Tel Aviv viene distribuita dai bambini delle elementari e i carri per raccogliere le immondizie sono guidati da generali a riposo”. Come mezzo secolo fa.

Renzo Trappolini


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