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“Mi ha sferrato un calcio all’addome mentre ero incinta e aggredito davanti al bimbo”

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Tribunale di Viterbo - La panchina rossa inaugurata il 25 novembre 2022

Tribunale di Viterbo – La panchina rossa inaugurata il 25 novembre 2022

Viterbo – (sil.co.) – “Mi ha sferrato un calcio all’addome mentre ero incinta e aggredito davanti al bimbo appena nato”. Ieri in tribunale la testimonianza di una giovane mamma vittima di maltrattamenti. È finita davanti al collegio del tribunale di Viterbo la vicenda di una coppia la cui relazione è naufragata nel giro di pochi mesi con un bambino in arrivo.

Lo scorso 4 dicembre lui è stato sottoposto alla misura cautelare dell’allontanamento in seguito alla denuncia della donna, una 36enne all’epoca incinta del bimbo che sarebbe poi nato a marzo di quest’anno, già madre di tre figlie di 13, 9 e 5 anni avute in precedenza. A febbraio, nel cuore della notte, si sarebbe attaccato al citofono per farsi aprire. In primavera è finito ai domiciliari e quindi a processo col giudizio immediato per maltrattamenti in famiglia. 

Nonostante la misura disposta a dicembre, la coppia avrebbe continuato a convivere a singhiozzo fino alla nascita del figlioletto. Dopo di che, ormai separati, l’uomo avrebbe aggredito la ex alla presenza del piccolo, mentre si trovava in un bar con alcuni amici, motivo per cui la primavera scorsa è stato sottoposto all’aggravamento della misura degli arresti domiciliari.

Ieri è entrato nel vivo con la testimonianza della 36enne il processo per maltrattamenti in famiglia, in cui la donna è assistita dall’avvocato Domenico Gorziglia, ma solo come parte offesa, non essendosi costituita parte civile. L’imputato è invece difeso dall’avvocato Luigi Mancini che, al termine dell’udienza, ha chiesto una misura meno afflittiva dei domiciliari, come il divieto di avvicinamento, alla luce del fatto che ormai la coppia si è definitivamente separata e ha raggiunto un accordo per il figlioletto di pochi mesi. Il collegio si è riservato.

La ex è stata lungamente interrogata dal pubblico ministero Michele Adragna, al quale ha sottolineato come l’imputato perda le staffe “soltanto” quando è ubriaco, “altrimenti è l’uomo più buono del mondo”.

Il 4 dicembre 2022, in stato di ebbrezza secondo la parte offesa, l’avrebbe aggredita fuori casa, al ritorno da Belcolle: “Ero stata appena dimessa dopo uno dei vari ricoveri dovuti a problemi dovuti alla gravidanza. E siccome era venuto a prendermi un amico e non lui, essendo gelosissimo, ha fatto una scenata, prendendo a calci il portone per entrare. Così per l’ennesima volta ho chiamato le forze dell’ordine e poi l’ho denunciato in questura”. 

Ma la cose sarebbero andate male dal principio. “Ci siamo conosciuti a febbraio dell’anno scorso e siamo andati a convivere dopo 3-4 mesi. Ma già a maggio mi ha versato una bottiglia d’acqua in testa e mi ha sputato, mentre ero a casa da sola con mia figlia, levandomi il cellulare per non farmi chiamare la polizia. Erano discussioni continue, anche al bar davanti agli amici, era geloso del mio ex compagno e diventava sempre più violento”, ha proseguito.

“Una volta, sempre al bar, mentre lui parcheggiava la macchina, io mi sono messa a parlare con un amico. Quando è tornato mi si è avventato contro, ha rotto uno sgabello e tirato una bottiglia. Sono dovuta scappare via, facendomi accompagnare in auto da un’amica”, ha raccontato.

“A luglio 2020, quando ero già incinta, mi ha sferrato un calcio all’addome. Mi diceva puttana, stronza, anche davanti alle mie figlie. Se la prendeva anche con loro. La sera usciva con gli amici,tornava ubriaco e mi aggrediva. A un certo punto io e le figlie siamo andate a dormire sulle coperte ammucchiate per terra in sala, lasciando a lui la camera da letto. Lo cacciavo e tornava, lo cacciavo e tornava”.

A maggio dell’anno prossimo, salvo imprevisti, la sentenza.


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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