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Pirati e profeti d’ottobre…

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Don Lorenzo Milani

Don Lorenzo Milani

Viterbo – Come Alessio Paternesi, don Lorenzo Milani fu pittore formato a Brera e ad ambedue è stato dedicato il Festival della parola, del pensiero e dei diritti – I Pirati della Bellezza – di quest’ottobre.

Il direttore Galeotti ne ricorda il lascito della potenza della parola “chiara, netta e pietrosa” che condivise con i suoi ragazzi di Barbiana, il posto dove lo mandarono in punizione gli zucchetti rossi della chiesa fiorentina e dove si ha l’impressione che finisca il mondo. Di là, il vuoto e il silenzio. Invece, le parole dure, prepotenti, perfino arroganti sono rimaste e cambiano le cose insegnando che l’obbedienza non è una virtù quando serve a deresponsabilizzare chi agisce.

“A Norimberga e a Gerusalemme sono stati condannati uomini che avevano obbedito”, scrisse lui che era nato ebreo.

“Non esiste una definizione di ebrei – diceva il filosofo Raymond Aron –  e dopo millenni di diaspora, la loro dispersione dai tempi dei Babilonesi e poi dei nostri antenati romani, ognuno è libero di scegliere in che senso è ebreo”.

Milani si fece prete e pagò l’ostilità dei suoi scegliendo la via di molti antenati che furono profeti. Cioè, innovatori e come tali consapevoli di “stare sui coglioni a tutti” al pari di quelli che Niccolò Machiavelli definiva disarmati perché possono far affidamento solo su sé stessi, le proprie convinzioni, la propria parola, la quale può anche diventare parolaccia “Chiameremo culo il culo, non una volta di più, non una di meno”, per amore di verità. Con grande quanto insincero scandalo intorno.

“Fui molto criticato – racconta Enzo Biagi – quando da direttore di giornale pubblicai la recensione della Lettera a una professoressa. Non piacque”.  Come mai erano piaciute le illuminazioni sul presente e il futuro. Da Cassandra che, per aver messo in guardia i connazionali dal pericolo di quel cavallo che stavano introducendo a Troia, finì schiava dei greci, a Giona inghiottito da un pesce, Abacuc trasportato per i capelli a Babilonia, Amos coi denti fattigli cavare dal re Amasia, Ezechiele lapidato, Isaia segato, Giovanni Battista decapitato, Savonarola arrostito in piazza a Firenze e quell’altro frate aduso a parlar chiaro, Giordano Bruno, bruciato a Campo de’ Fiori. Solo Elia, annota Voltaire, ebbe sorte diversa: “A spasso fra i pianeti su un bel carro di luce” ma prima, sulla terra, ricorda Galeotti in una sua edizione delle opere di don Milani, aveva “sgozzato con le proprie mani 450 profeti di Baal” ed aggiunge “Chi non la pensa come Elia è suo nemico e deve essere annientato: Anche questa è la tradizione dei profeti dell’antico testamento che ubbidiscono a un Dio di vendetta”.

Naturale pensare al Medio Oriente, all’ubbidienza cieca, sia essa per Allah che per il Dio di Giacobbe, agli imam che rivendicano il diritto proclamato dal profeta Maometto, ai frati che promettevano il paradiso ai cristiani poveri spinti a far carne per le crociate e ricchezze rapinate per le maestà cattoliche. Con il rischio che, da questa parte del mondo in occidente, ci si senta in diritto di agire ancora come il Marchese del Grillo (posso esse ancora un po’ incaz…?).

Ottobre è certamente un mese tragico per gli ebrei: il 16 di ottant’anni fa il rastrellamento del Ghetto, il 6 del 1973 la guerra dello Yom Kippur, il 7 ultimo scorso i missili di Hamas. Il 18 ottobre del 1965 don Milani profetizzò: “Non esiste più la guerra giusta. L’unica difesa in una guerra di missili atomici sarà di sparare circa 20 minuti prima dell’aggressore. Ma in lingua italiana lo sparare prima si chiama aggressione” e calcolava la progressione dei civili uccisi nelle guerre moderne: 5% dei morti nella prima mondiale, 48% nella seconda, in quella di Corea l’84%.

Inascoltato. Gli storici conteranno i prossimi ammazzati da una parte e dall’altra tra i figli dello stesso padre, Abramo e poi verrà di nuovo un profeta, il suo pensiero combattuto e le sue parole per  i sordi di sempre.

Renzo Trappolini


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