Luigi Petroselli
Viterbo – “Noi queste cose non le facciamo, l’onestà è un valore indiscutibile”. Luigi Petroselli rispose così a un parente che andò a chiedergli una raccomandazione per il figlio. Era appena diventato diventato sindaco di Roma, il primo sindaco comunista della città eterna e papalina, il più amato.
Viterbo – La tomba di Luigi Petroselli
Quarantadue anni fa la scomparsa di Luigi Petroselli, sepolto al San Lazzaro di Viterbo. Perché Petroselli a Viterbo, a Pianoscarano, c’è nato e c’è cresciuto. Studiando dai preti e poi al classico del partigiano Mariano Buratti. Liceo che, in questi ultimi anni, grazie alla dirigente scolastica Clara Vittori, ha dedicato anche a lui una targa, all’ingresso della scuola, vero e proprio sacrario della memoria repubblicana e democratica del paese. Un istituto dove, alle spalle della preside, c’è la bandiera italiana con su scritto l’articolo 34 della costituzione: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.
Luigi Petroselli – Elezione a sindaco di Roma, 27 settembre 1979
Questa mattina la commemorazione dell’uomo, del politico, dell’esempio morale e democratico. E questo grazie alla famiglia e a chi, nella società civile e dentro al partito democratico non dimentica. E, infine, grazie anche a Danila Corbucci che in tutti questi anni ha tenuto in vita, con caparbietà, orgoglio e dignità profondissimi, un pezzo di storia, importante, della Repubblica italiana nata dalla resistenza.
Luigi Petroselli con Enrico Berlinguer e i baraccati in Campidoglio il 4 gennaio 1975
Petroselli, figlio di Giulio, tipografo e militante comunista, ed Eufemia Fratini. Compagno di lotta di tanti braccianti. Accanto a loro durante l’occupazione delle terre a Bomarzo. Finì anche in carcere, nel 1951, per “aver istigato l’invasione di terre di proprietà altrui”, questa l’accusa. Poi nel 1969 ai vertici del comitato regionale del partito, al posto di Enrico Berlinguer. Dopodiché il compromesso storico, l’onda lunga del ‘68, la lotta armata, l’ombra del colpo di stato in Cile, con la dittatura e i desaparecidos dell’infame Augusto Pinochet e quella dei colpi di stato tentati, in Italia. Dal piano Solo a quello Borghese, fino alla Rosa dei venti. L’Italia delle stragi e, come disse una volta Pietro Nenni del Psi, del “tintinnar di sciabole” che, con l’uccisione del presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro, per mano delle Brigate rosse, raggiunse il suo culmine. Prima ancora l’invasione della Cecoslovacchia, agosto 1968. In quell’occasione Petroselli fece prendere alla Federazione viterbese una posizione molto dura nei confronti dell’Unione Sovietica, senza aspettare che il partito a livello nazionale si esprimesse.
Luigi Petroselli e il presidente della Repubblica Sandro Pertini
Poi le guerre di mafia e quella alla mafia, l’uccisione di Pio La Torre e del generale Dalla Chiesa. Morti che Petroselli non vide, perché Petroselli, nel 1982, con l’Italia campione del mondo e le piazze inclini ormai alla pacificazione sociale e alla fine del conflitto di classe, era già morto.
Sindaco di Roma dal 1979 al 1981, dopo l’operazione Giulio Carlo Argan, di cui Petroselli fu protagonista assoluto. Con lui la capitale cambiò letteralmente volto. Sia in termini di coraggio che di prospettive. Coraggio, perché mentre tutti lasciavano il vuoto in piazza, asfissiati dagli anni di piombo, Petroselli le riempieva, a partire dall’estate romana. Prospettive, perché fu lui il primo a portare le periferie in città, le borgate abbandonate a se stesse. Iniziando un lavoro che si concluderà, in gran parte, soltanto più di 20 anni dopo, con le giunte di Francesco Rutelli e Walter Veltroni. E non è certamente un caso che quando Luigi Petroselli morì, nell’ottobre del 1981, a 49 anni, al suo funerale partecipò l’intera città. Così come non è un caso che Roma gli abbia dedicato la sua via più importante, quella che passa sotto al Campidoglio e arriva al teatro di Marcello. Considerando lo status di città eterna, una delle vie più importanti al mondo. Via Luigi Petroselli. Un uomo che, quando gli autoferrotranvieri, per contestarlo durante un’assemblea, gli lanciarono una monetina sul palco, lui si girò, guardò tutti negli occhi e disse: “no, questo no, si può discutere di tutto. Ma della mia onestà”. E nessuno fece più un fiato.
Daniele Camilli




