Montefiascone – (sil.co.) – Sudamericano a processo per stalking, vittima un sacerdote che si è sfogato col giudice:”Non lo meritavamo perché lo abbiamo accolto come un fratello”.
Carabinieri
In Italia l’imputato sarebbe venuto per amore di una donna di Montefiascone. Ma la relazione è finita nel peggiore dei modi quando l’uomo, un 49enne d’origine brasiliana, è stato allontanato da casa in seguito alla denuncia della moglie, trovando alloggio dal 21 maggio 2020 presso l’Oasi del Sorriso gestita dal Banco Alimentare Regina Pacis onlus, il cui legale rappresentante è il 74enne don Tino Alberto Crudo, dove sarebbe dovuto restare solo un paio di settimane su richiesta dei servizi sociali.
Nel giro di un anno anche questa “relazione” è naufragata. Tanto che il sudamericano, colpito da misura cautelare, è finito a processo col giudizio immediato davanti al giudice monocratico del tribunale di Viterbo per stalking e diffamazione aggravata tramite Facebook ai danni del sacerdote e per il furto di 10 euro dalla cassetta delle elemosine.
A dare la stura alla “crisi”, a tre mesi dal suo ingresso, nel luglio 2020, sarebbe stato il rifiuto del sudamericano di trovarsi un lavoro e lasciare la struttura. E anche di tornarsene in Brasile con un volo gratuito. Avrebbe inoltre fatto entrare estranei la notte e anche chiuso le porte con lucchetti e catene, come se fosse casa sua. È finita con una denuncia ai carabinieri, sporta da don Crudo a aprile 2021, sfociata nell’allontanamento coattivo e nel divieto di avvicinamento a meno di 300 metri dalla struttura.
Il sacerdote sarebbe stato più volte minacciato e aggredito fisicamente dall’imputato, che una volta avrebbe anche provato a buttarlo giù per le scale. Il 49enne avrebbe inoltre aggredito due volontarie. E sempre nello stesso periodo si sarebbe impossessato della somma di 10 euro che un viandante aveva lasciato come regalia per la struttura “Oasi del Sorriso” e quindi di proprietà del banco alimentare ovvero di don Tino.
Sul proprio profilo Facebook, invece, avrebbe pubblicato foto, video e numerosi post con frasi offensive del tipo “il Banco Alimentare Regina Pacis Onlus è sempre stata una grande truffa” oppure “il presidente padre don Alberto insieme alla sua miserabile faccia succhia sangue ha fatto finire italiani e poveri in condizioni di estremo bisogno, come fame e freddo estremo, con stanze e letti vuoti”.
Il processo, che sarebbe dovuto riprendere giovedì, è stato rinviato alla prossima primavera per sentire ulteriori testimoni, mentre il sacerdote è stato interrogato in tribunale il 12 luglio dell’anno scorso, quando si è detto sulle prime disponibile a una remissione di querela- “Come cristiano – ha detto – sono dispostissimo a dargli il perdono di quello che ha fatto, però lui deve riconosce e chiedere scusa non quanto a me, ma quanto ai miei collaboratori, perché quello che ha fatto è veramente grave, grave. Ci ha diffamati, ci ha minacciati, ha usato comportamenti nei nostri confronti che non meritavamo. Siamo stati veramente violentati moralmente e fisicamente, nonostante che lo abbiamo accolto per un anno, l’abbiamo trattato da fratello, ma i suoi comportamenti comunque escono fuori da ogni civile convivenza”.
Al che, però, si è intromesso l’imputato, rilasciando spontanee dichiarazioni che hanno scoraggiato le buone intenzioni del don, per dire che non avrebbe accettato una remissione di querela. ” … io con tutta umiltà potevo, sì, chiedere scusa, sì, ho sbagliato, a tutti potevo chiedere scusa, non costava niente di chiedere scusa, è una cosa semplice di chiedere scusa, ma se lui si è sentito offeso, io anche molto di più di lui. Allora non è giusto come lui voleva di chiedere scusa di una cosa che non ho fatto, contro di me, la denuncia accetto, di tutto resisto, di tutto che lui ha fatto con me”.
Fatto sta che il processo va avanti. L’imputato, per la cronaca, dopo l’allontanamento dalla struttura di Montefiascone, sarebbe rimasto in Italia, trasferendosi a vivere in un camper. È difeso dall’avvocato Luigi Mancini.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
