Renzo Trappolini
Viterbo – A proposito delle polemiche di questi giorni tra giudici e politici, insomma ci risiamo con i poteri dello stato l’un contro l’altro armati e, per la gente che dagli uni e dagli altri è amministrata, la solita costatazione che in materia ancora “l’è tutto da rifare”, come diceva Bartali.
Nonostante la Costituzione sia tanto chiara che ogni volta che provano a riformarla non ci riescono, nemmeno con quella Commissione bicamerale presieduta da D’Alema e benedetta da Berlusconi – i più del momento – che si preferì licenziare prima che potesse giungere in porto la bozza di riforma che va sotto il nome del relatore, Marco Boato, un parlamentare trentino tanto strenuo che una volta riuscì a parlare ininterrottamente per diciotto ore e cinque minuti.
Certo, a nessuno piace essere giudicato ma, ugualmente, nessuno può cantare con Caterina Caselli nessuno mi può giudicare, perché c’è sempre stato e ci sarà un giudice a Berlino come a Roma, dove i costituenti stabilirono che egli dovesse essere soggetto “soltanto alla legge” ed operare in nome del popolo il quale, però, elegge le camere cui compete fare le leggi.
Così il cerchio si apre e si chiude. Con il cambiare delle condizioni e dei rapporti sociali possono farsi adattamenti, ma rimanendo esso rotondo, perché, lo si volesse far quadro, diventerebbe altro.
Al parlamento il compito di provvedere, ai giudici l’autonomia che costituisce il presupposto dell’imparzialità, senza la quale ogni giudizio è arbitrio.
Unicuique suum dicevano gli antichi, ognuno al suo posto. In assemblea costituente due deputati, Abozzi dell’Uomo Qualunque e il liberale Cifaldi, proposero di sancire espressamente che “i magistrati non possono essere iscritti a partiti politici o ad associazioni segrete”. Il divieto non fu approvato, ma nell’art.98 fu data delega alla legge ordinaria di “stabilire limitazioni al diritto di iscriversi ai partiti” per alcune categorie compresa quella dei magistrati, a tutela della loro indipendenza ed imparzialità. Cosa poi avvenuta.
Al tempo della riforma Boato la presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Elena Paciotti, preoccupata di fare in modo che “i cittadini sappiano un po’ di più” su come si voleva cambiare la Costituzione, scrisse pure ad Indro Montanelli, uno dei massimi giornalisti e quindi opinion maker dell’epoca, perché si discutesse “seriamente e serenamente” di tutto. Anche della composizione dell’organo di autogoverno della categoria che, se tale deve essere – rispose Montanelli – non dovrebbe comprendere membri estranei e, riaffermato il diritto pieno dei giudici di interloquire sul funzionamento della giustizia, li metteva però in guardia rispetto a certi comportamenti o a voci che circolavano su eventuali discese in piazza.
Qualche mese dopo, volle essere più chiaro prendendosela da un lato col legislatore per la “giungla delle norme procedurali e non solo” e, dall’altro, riferendosi al modo di essere giudice. Fosse per me, scrisse: “manderei in galera tuti i responsabili passati e presenti, ministri, parlamentari funzionari e amanuensi. Ce li manderei per alto tradimento perché non so come altrimenti si possa qualificare lo sforzo che questi signori regolarmente compiono per rendere incomprensibili ai cittadini le norme, all’evidente scopo che la loro decifrazione rimanga esclusiva di legulei e specialisti del cavillo”.
E ai magistrati: “Ciò che più conta in chi indossa la toga non è la familiarità con la procedura e i bizantinismi, ma il carattere, cioè la fermezza, l’equilibrio, l’impermeabilità a tutte le tentazioni, compresa quella – che oggi fa strage – dell’esibizionismo e del protagonismo”.
Era il 17 febbraio 1998. Più di venticinque anni fa.
Renzo Trappolini
