Intervento dei carabinieri – nel riquadro il cane Sheila
Montefiascone – Nel vivo il processo al pastore 79enne di Montefiascone accusato di avere ucciso in maniera raccapricciante il cane Sheila, una femmina di pastore del Caucaso di 4 anni che nel primo pomeriggio del 13 febbraio 2021 avrebbe legato al gancio di traino dell’auto e trascinato per circa un chilometro e mezzo facendola morire tra i più atroci tormenti. Era un sabato e l’imputato sembra fosse andato a recuperare il cane che era scappato.
Agghiacciante la testimonianza della cinquantenne, che stava tornando a casa dal lavoro assieme al figlio quando si è ritrovata davanti il fuoristrada nero, dietro il quale trotterellava un pastore maremmano bianco, cui era appeso il cadavere di Sheila, una femmina di pastore del Caucaso dalla mole imponente, di colore nero e dal pelo folto. “Pareva un sacco dell’immondizia pieno, o meglio non potevo credere che fosse veramente un cane, per cui dentro di me cercavo una spiegazione diversa”, ha spiegato al giudice.
Presente in aula l’imputato, difeso dall’avvocato Francesca Laureti. Parti civili Lav e Accademia Kronos, con i legali Maurizio Mazzi e Ottavio Capparella. Tre i testimoni, tutti dell’accusa, sentiti dal giudice Roberto Cappelli: la cinquantenne che era in auto col figlio quando ha assistito alla scena facendo scattare l’allarme, uno dei carabinieri del radiomobile di Montefiascone intervenuti sul posto e il veterinario della Asl.
Il veterinario, in particolare, constatando il decesso di Sheila, ha confermato in aula che l’animale aveva ferite da trascinamento, compatibili con lo strusciamento sull’asfalto. Il militare, invece, ha rinvenuto a terra vicino all’animale morto un guinzaglio lungo circa 40 centimetri, nel viottolo di casa dell’imputato, nella frazione di Zepponami, dove era parcheggiato il fuoristrada nero al cui gancio di traino sarebbe stato legato il cane.
La bestiola, all’arrivo delle forze dell’ordine, indossava ancora un collare di cuoio, parzialmente risalito sopra un orecchio. “Si è impiccata”, avrebbe detto l’imputato agli uomini dell’arma.
Sheila
La prima a testimoniare è stata la donna che ha dato l’allarme e che quel giorno era in macchina col figlio. “Stavamo tornando a casa dal lavoro, all’epoca lavoravamo insieme. Io ero alla guida”.
“L’auto davanti alla nostra, una monovolume nera, pareva avesse legato dietro un sacco nero dell’immondizia pieno, non potevano credere che fosse un animale – ha detto – ma quando ha rallentato per entrare in un cancello e l’ho sorpassata, abbiamo visto che trascinava proprio un cane, un cane di grossa taglia, nero, peloso, esanime, morto. Allora ho accostato e detto a mio figlio di chiamare i carabinieri, mentre io facevo inversione per tornare indietro, fornendo al 112 sia l’indirizzo che il numero civico. Alla guida c’era un uomo anziano, coi capelli bianchi, robusto, sulla settantina”, ha concluso, non essendo però in grado di riconoscere l’imputato.
Erano circa le 14 quando è scattato l’allarme e sul posto si sono precipitati i carabinieri, i quali hanno chiesto a loro volta l’intervento di un veterinario della Asl perché constatasse la morte dell’animale e ne esaminasse il cadavere. Nel fascicolo della procura anche innumerevoli fotografie del cadavere in bianco e nero che le parti civili hanno chiesto di acquisire a colori, perché rendessero meglio l’idea della condizioni del cane.
Sheila, di razza pastore del Caucaso e regolarmente microchippata, sarebbe stata ceduta pochi giorni prima – come dimostra un certificato acquisito agli atti – dal proprietario originale al figlio dell’imputato, che avrebbe detenuto anche un meticcio bianco e nero figlio della cana. L’imputato sarebbe pronto a farsi interrogare alla prossima udienza, fornendo al giudice la propria versione sulla morte di Sheila. Non ci sono invece né testimoni di parte civile, né testimoni della difesa, per cui si dovrebbe anche procedere a discussione e sentenza.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

