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Ventenne minacciata di morte “col Kalashnikov”, imputati prosciolti prima del processo

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Tribunale di Viterbo - L'aula di corte d'assise

Tribunale di Viterbo – L’aula di corte d’assise

Viterbo – (sil.co.) – Ventenne minacciata di morte “col Kalashnikov”, trentenne e cinquantenne prosciolti dal giudice monocratico prima del processo in cui avrebbero dovuto rispondere di violazione del divieto di avvicinamento e stalking.. 

Ieri al palazzo di giustizia di via Falcone e Borsellino uno dei primi casi di non luogo a procedere in sede di udienza predibattimentale in seguito a citazione diretta degli imputati, in questo caso due uomini denunciati da una giovane mamma ventenne, difesi dagli avvocati Domenico Gorziglia e Luca Ragonesi per lo studio del legale Marco Valerio Mazzatosta.

Prosciolti prima della celebrazione del processo, come può accadere in sede di udienza preliminare a fonte di una richiesta di rinvio a giudizio, un trentenne e un cinquantenne, raggiunti per l’appunto da una citazione diretta a giudizio.

Il 24 dicembre dell’anno scorso, vigilia di Natale, il trentenne avrebbe violato l’allontanamento dalla casa familiare e al divieto di avvicinamento alla parte offesa, ingiuriando e minacciando tramite Whatsapp la ex, una ventenne, cui avrebbe inviato tra l’altro un vocale in cui una donna avrebbe detto, riferendosi a lei: “Gliela vado a ruba’ la figlia, io davvero vado sotto casa e gliela levo la fija, je la faccio leva’ davvero la fija”.

Il cinquantenne, invece, accusato di stalking, subito dopo le festività di fine anno, lo scorso 9 gennaio, avrebbe minacciato la ventenne dicendole che l’avrebbe ammazzata insieme alla mamma con un fucile Kalashnikov che possedeva e che, grazie a suoi amici marocchini, le avrebbe fatto passare dei brutti momenti.

Per entrambi si è chiusa con una sentenza di non luogo a procedere l’udienza predibattimentale, l’“udienza filtro” che ha lo scopo di evitare la celebrazione di procedimenti inutili in un’ottica di celerità ed efficienza del processo penale, introdotta dalla riforma Cartabia allo scopo di verificare la fondatezza dell’accusa formulata dal pubblico ministero.

Il giudice monocratico, come ha fatto in questo caso Daniela Rispoli, può emettere sentenza di non luogo a procedere, senza celebrare il processo, “quando gli elementi acquisiti non consentono una ragionevole previsione di condanna”.


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