Il blitz dei carabinieri del 2019 a Tuscania – Nei riquadri i fratelli David e Ismail Rebeshi
Viterbo – Mafia viterbese bis, sarà incardinato il prossimo 30 novembre il processo davanti alla corte d’appello di Roma, cui sono ricorsi sia la procura antimafia che la difesa, contro la sentenza di primo grado con cui un anno fa il tribunale di Viterbo ha assolto il boss d’origine albanese Ismail Rebeshi e condannato a 5 anni di reclusione e all’espulsione dall’Italia una volta scontata la pena il fratello minore David.
Pochi giorni fa, nel frattempo, sempre David, è stato assolto dal giudice monocratico Daniele Rispoli del tribunale di Viterbo, che lo ha giudicato nell’ambito di un vecchio processo per droga. Assieme al fratello e ad altri 35 indagati è invece in attesa dell’udienza preliminare, dopo la chiusura, la scorsa estate, della maxi inchiesta parallela a “Erostrato” per spaccio di cocaina, relativa a episodi a partire dal 2017.
È passato poco più di un anno intanto da quando, il 14 novembre 2022, il boss di mafia viterbese è stato assolto dall’accusa di essere il mandante, nel 2019, di due distinte estorsioni con metodo mafioso ai danni di un ristoratore e di un commerciante di auto. Il fratello minore David è stato invece condannato a 5 anni di reclusione per il reato di estorsione e assolto dall’aggravante del metodo mafioso.
Per gli stessi fatti – risalenti al 26, 27 e 28 novembre 2019 – sono stati condannati in via definitiva a 8 anni e 4 mesi di reclusione i tre connazionali presunti complici dei fratelli albanesi.
L’avvocato Roberto Afeltra
Per l’avvocato Roberto Afeltra, storico difensore dei Rebeshi, il cui ricorso riguarda ovviamente solo la condanna di David, non fu estorsione, ma esercizio arbitrario delle proprie ragioni aggravato dalle minacce.
Afeltra sarebbe anche pronto a chiedere la riforma relativamente alla contestata aggravante delle più persone riunite. Il legale promette inoltre battaglia contro quella che ritiene essere una erronea applicazione dell’espulsione dal territorio nazionale, una volta scontata la pena. Secondo la difesa, David Rebeshi, la cui famiglia vive in Italia, sposato e con una figlia minore, una bambina di pochi anni, ha diritto di rimanere in Italia.
Il boss, secondo l’accusa, sarebbe stato invece il mandante dal carcere dei presunti tentativi di recupero crediti, messi a segno dal fratello David assieme a tre complici anch’essi albanesi, ai danni di un commerciante di auto a Monterosi e di un ristoratore a Tuscania, che sarebbe stato minacciato di bruciargli il locale e di ammazzare lui e la famiglia. Il fratello minore di Ismail e i connazionali furono arrestati a Tuscania il 28 novembre 2019, quando sono caduti nella trappola tesa loro dai carabinieri cui aveva chiesto aiuto il ristoratore.
Pronti a dare battaglia davanti alla corte d’appello anche i pm Giovanni Musarò e Fabrizio Tucci della Dda di Roma, che a suo tempo chiesero che i fratelli Rebeshi venissero condannati a 12 anni e mezzo di carcere e che adesso nel ricorso chiedono che, in riforma della sentenza appellata, Ismail Rebeshi venga dichiarato responsabile di entrambi i reati a lui contestati, aggravati dal metodo mafioso e lo condanni alla pena ritenuta di giustizia e la sussistenza dell’aggravante del metodo mafioso per i reati contestati a David Rebeshi e, escluse le attenuanti generiche, voglia condannarlo alla pena ritenuta di giustizia.
Secondo Tucci e Musarò è “evidente il carattere ‘mafioso’ delle condotte dei fratelli David e Ismail Rebeshi” e che Ismail sia stato il mandante dal carcere delle estorsioni con modalità mafiosa ai due imprenditori viterbesi.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

