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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Gentilissimo direttore,
sono il luogotenente dei carabinieri in congedo Vittorio De Rasis, e sono uno dei 19 feriti, ospedalizzati, della strage di Nassiriya avvenuta il 12 novembre 2003.
Ho letto l’articolo pubblicato sul vostro sito relativo alla mancata intitolazione di un giardino ai Caduti di Nassiriya da parte dell’amministrazione comunale di Oriolo Romano.
Questa notizia mi ha veramente indignato dopo aver letto le motivazioni. Forse i componenti della giunta comunale di Oriolo non sanno che:
· a noi, era affidato il difficile compito di mantenere l’ordine pubblico, garantire l’assistenza alle autorità deputate alla ricostruzione e l’addestramento della polizia locale irachena nella città di Nassiriya ed in tutta la provincia di Dhi Kar, nel Sud dell’Iraq;
· la nostra presenza in terra irachena era improntata – come di consueto – alla più ampia apertura nei confronti della popolazione locale;
· non erano e non volevano mai apparire come una forza occupante, rinchiusa nel loro fortino ai margini dell’abitato, ma come una presenza discreta e dialogante, fianco a fianco con la gente del luogo;
· noi non erano percepiti come una forza di occupazione: al contrario erano ritenuti, in quella difficile fase di transizione verso la democrazia, gli unici garanti dell’ordine e della difesa delle preziose attività di ricostruzione civile ed economica del territorio iracheno;
· basterà pensare soltanto che ci trovavano in Iraq, in base ad una decisione del governo approvata dal Parlamento, come adesso in Libano ed in varie parti del Mondo, ed abbiamo compiuto sempre il nostro dovere, in alcuni casi, purtroppo, sino al sacrificio finale. Né dimentichiamo che quest’ultimo confortato anche da una risoluzione unanime del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, non consisteva nel tentativo di sopraffare, colonizzare, annettere l’Iraq, ma nell’aiutare quello sfortunato Paese a riprendersi da decenni di dittatura sanguinaria, feroce, corrotta ad avviarsi alla normalità.
· questo stato di cose conduceva ad escludere sin da subito l’eventualità che la responsabilità dell’attentato andasse ricondotta all’azione di estremisti locali. Viceversa, come confermato dagli eventi successivi, la pianificazione e l’esecuzione di un’azione così ostile e devastante erano da attribuire ad una rete terroristica di portata internazionale. Essa perseguiva l’esplicito obiettivo politico di provocare il ritiro delle forze internazionali di stabilizzazione e, quindi, far ripiombare il Paese nel caos e nella dittatura.
· tutto il popolo italiano fu scosso da un’ondata di addolorata partecipazione: decine di migliaia di persone sfilarono, sgomente e riconoscenti, davanti alle bare dei caduti, esposte nel Sacrario delle Bandiere del Vittoriano, ed il 18 novembre, giorno dei solenni funerali di Stato, milioni di italiani fermarono per un minuto le loro attività, manifestando la loro partecipazione al lutto nazionale.
Richiamare alla mente quella grande espressione collettiva di affetto e di cordoglio ci aiuta a ricordare, in ogni nostro gesto, che la memoria di chi ha dato la vita per il nostro Paese non appartiene alle Forze Armate, né alle Istituzioni, né ad una parte politica, ma è patrimonio indissolubile dell’intera collettività. Quei diciannove caduti, dei quali diciassette erano uomini in armi e noi 19 feriti, non saremmo mai celebrati come eroi di guerra, per la semplice ragione che non combattevamo alcuna guerra: qualunque altra lettura della nostra presenza in Iraq sarebbe un torto alla loro memoria.
Il mio pensiero va ai loro orfani, alle loro vedove, ed a miei fratelli in armi rimasti feriti nel corpo e nello spirito, ma ancora di più il loro e il nostro sacrificio lo abbiamo offerto a quei valori di pace, giustizia, libertà, democrazia, incarnati, oggi come allora, dall’azione quotidiana dei nostri soldati nelle più difficili realtà del pianeta.
Vittorio De Rasis
