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Viterbo – Chiodo scaccia chiodo. Giornali e tv e chi li possiede – insomma chi decide a cosa dobbiamo pensare – forse profittano della vicenda tragica dei ragazzi veneti (“Povera vittima e povero assassino” sembrano dire le reazioni commosse della gente) per spostare l’attenzione dalle atrocità su scala mondiale portate delle guerre a quelle di casa, alle difficoltà di essere insieme nel privato.
Cohn Bendit, teorico e pratico della rivoluzione giovanile del ’68, predicava che i genitori andavano messi in soffitta. Dieci anni dopo, un giornalista certamente non conservatore, Enzo Biagi, osservava che “la figura che ha più subìto la caduta di autorità è quella del padre” e parecchi decenni prima Tomasi di Lampedusa, l’autore del Gattopardo, aveva cinicamente definito il legame della famiglia di allora “costituito dalla noia e dal denaro”.
Quando l’assicurazione sul mantenimento economico è andata perdendosi nel passaggio dalla famiglia molto estesa – genitori, figli, nonni, zii, i cugini e via aggiungendo – alla famiglia “nucleare” padre, madre, figlio, fino a quella con un solo genitore per scelta propria e non per le disgrazie della vita ed al riconoscimento delle monosessuali, se ne sono andate le certezze garantite bene o male da regole tanto collaudate quanto pesanti non più compatibili con l’economia e la cultura della società che si diceva ed è dei consumi.
Più degli affetti e della stima, i sentimenti dominanti erano una volta l’obbedienza ed il rispetto non disgiunti dalla minaccia del castigo. La famiglia “patriarcale”, con l’aggettivo che per millenni doveva far mostra di saggezza, equilibrio e sicurezza sul modello degli antichi patriarchi Noè ed Abramo.
Oggi, e non a torto, con la trasformazione reale prima che giuridica del modo di stare insieme e del ruolo dei soggetti interessati uomo-donna, madre-padre-figli, o semplicemente persone che trovano e custodiscono l’affetto reciproco indipendentemente dall’identità sessuale, proprio il sesso, secondo lo storico Shorter, assumerebbe un peso determinante nelle unioni, con tutte le conseguenze che la fragilità di un tale elemento fondativo può comportare.
Tanto più in un contesto in cui la millenaria repressione della sessualità delle donne fa scontare un in più di difficolta nell’affermazione della libertà reclamata dall’intera personalità femminile, nonostante l’indipendenza economica e l’affermazione sociale conquistate.
Tanto utili, queste, ai modelli produttivi, se però le donne dimostrano più degli uomini di essere brave “anzi bravissime”, diceva la prima grande top manager italiana, Marisa Bellisario, la quale, partita “ragazza di provincia” arrivò ai vertici delle maggiori aziende pubbliche e private grazie alla consapevolezza che “per la donna esiste il problema della credibilità”. E non solo nelle imprese, nelle professioni, nel lavoro. Purtroppo ed ancora, anche e soprattutto, nella vita privata, anzi nella privatissima, quella che si svolge intorno e per l’amore o comunque l’affetto che si da e si ha diritto di ricevere.
Una minorità che penalizza il conseguimento della reciprocità paritaria, la quale non si compra al mercato o su Amazon, dovendo, invece, essere nell’intimo, nel dna del maschio non macho ma uomo e, quindi, appresa e fatta metabolizzare in famiglia e nella scuola. Le quali non sono neutre “agenzie educative” ma luoghi sociali vivi alimentati dal calore dell’affetto e del rispetto. Reciproci.
Diceva Indro Montanelli che “i nostri figli non sono in realtà figli nostri, ma figli del tempo in cui gli capita di venire al mondo e di dover vivere” E di questo tempo i genitori, gli educatori, i comunicatori, i politici sono gli artefici. Memoria, questa, per quando giornali e tv archivieranno nelle brevi di nera la tragedia veneta.
Renzo Trappolini
