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Imprenditori vittime dei fratelli Rebeshi, davanti alla corte d’appello il ristoratore e la moglie

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Il blitz del 2019 a Tuscania - Nei riquadri i fratelli David e Ismail Rebeshi

Il blitz del 2019 a Tuscania – Nei riquadri i fratelli David e Ismail Rebeshi


Viterbo – Mafia viterbese bis, si è tenuta nel primo pomeriggio di oggi davanti al collegio della corte d’appello di Roma l’udienza che, con l’ascolto di due  dei tre testimoni chiesti lo scorso 30 novembre, ha fatto entrare nel vivo il processo bis (voluto da accusa e difesa) ai fratelli Ismail e David Rebeshi.

I giudici hanno deciso di sentire in aula la versione delle presunte vittime dei fratelli Rebeshi, ovvero il commerciante di auto e il ristoratore nonché la moglie di quest’ultimo, parte civile con l’avvocato Luigi Mancini. Ieri è toccato proprio alla coppia, marito e moglie, mentre a gennaio sarà ascoltato il commerciante di auto, prima di procedere con la discussione e la camera di consiglio per la sentenza di secondo grado.

Ismail è stato assolto a Viterbo in primo grado dall’accusa di estorsione con metodo mafioso, di cui secondo l’accusa sarebbe stato il mandante dal carcere, mentre il fratello è stato condannato a cinque anni di reclusione. I pm Tucci e Musarò avevano chiesto che i Rebeshi venissero condannati a 12 anni e mezzo di carcere ciascuno.

Il boss, secondo i pm Fabrizio Tucci e Giovanni Musarò, sarebbe stato il mandante dal carcere dei presunti tentativi di recupero crediti, messi a segno da David a novembre 2019 assieme a tre complici anch’essi albanesi, ai danni di un commerciante di auto a Monterosi e di un ristoratore a Tuscania, parte civile con l’avvocato Luigi Mancini, mentre gli imputati sono difesi dall’avvocato Roberto Afeltra.

I tre connazionali dei fratelli Rebeshi sono stati già condannati in via definitiva per gli stessi fatti – risalenti al 26, 27 e 28 novembre 2019 – a 8 anni e 4 mesi.


Luigi Mancini

L’avvocato di parte civile Luigi Mancini


Dalle vittime – i Rebeshi e i tre complici – avrebbero preteso complessivamente attorno ai 9mila euro. Con le cattive, secondo il pm Tucci che ha coordinato le indagini dei carabinieri: 4mila euro dal ristoratore per la macchina “tarocca” venduta all’autosalone del boss di mafia viterbese da un suo amico commercialista e 5mila euro dal commerciante di auto per lo smaltimento di alcuni mezzi rimasti nel piazzale dell’autosalone di Rebeshi dopo il suo arresto, il 26 novembre 2018, per traffico di droga in Sardegna nell’ambito dell’operazione Ichnos.

Per l’avvocato Roberto Afeltra, il cui ricorso riguarda solo la condanna di David, non fu estorsione, ma esercizio arbitrario delle proprie ragioni aggravato dalle minacce. Il legale promette inoltre battaglia contro quella che ritiene essere una erronea applicazione dell’espulsione dal territorio nazionale, una volta scontata la pena. Secondo la difesa, David Rebeshi, la cui famiglia vive in Italia, sposato e con una figlia minore, una bambina di pochi anni, ha diritto di rimanere in Italia.

Secondo Tucci e Musarò è “evidente il carattere ‘mafioso’ delle condotte dei fratelli David e Ismail Rebeshi” e che Ismail sia stato il mandante dal carcere delle estorsioni con modalità mafiosa ai due imprenditori viterbesi.

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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