Il tribunale di Viterbo – Veduta dall’alto
Viterbo – (sil.co.) – Infortunio sul lavoro nell’azienda di famiglia, padre a processo. Parte offesa il figlio che l’8 giugno 2020 era addetto al controllo di un macchinario agricolo all’interno di un capannone quando è stato investito dal genitore che stava effettuando retromarcia mentre era alla guida di un carrello elevatore.
Il processo a carico del padre, titolare di un’azienda del comprensorio del lago di Bolsena che commercia cereali, è entrato nel vivo ieri davanti al giudice Jacopo Rocchi del tribunale di Viterbo, che ha ascoltato per primo un tecnico della prevenzione della Asl di Tarquinia, intervenuto nell’immediatezza assieme a un collega di Viterbo per un sopralluogo, dopo che il ferito era stato giù portato dai soccorritori in ospedale, dove gli è stata riscontrata la frattura di tibia e perone.
“Abbiamo individuato il punto dove è avvenuto l’incidente, oltre che dalle testimonianze, anche perché a terra c’era una macchia di sangue. Quindi abbiamo visto che il ferito era dipendente della ditta del padre, che quindi era il suo datore di lavoro, a carico del quale ci sono state subito delle prescrizioni relative alla segnaletica orizzontale”, ha spiegato il testimone, interrogato dal pubblico ministero Michele Adragna, relativamente alla dinamica.
“Abbiamo riscontrato delle irregolarità nei percorsi, le postazioni non erano ben definite, le zone di manovra per le attrezzature semoventi non erano delimitate da segnaletica, per cui abbiamo fatto delle prescrizioni per dividere le zone a percorrenza lavoratori e macchinari”, ha proseguito, rispondendo al difensore Giuliano Migliorati di ritenere “improbabile” che l’infortunio sia avvenuto altrove e il ferito si sia potuto spostare altrove “data la frattura di tibia e perone”.
Il processo è stato rinviato ad anno nuovo per la discussione.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
