Mafia viterbese – Nei riquadri Emanuele Erasmi, Ionel Pavel e Manuel Pecci
Viterbo – (sil.co.) – Metodo mafioso per avere chiesto “aiuto” al sodalizio, Erasmi e Pecci al giro di boa della sentenza.
Oggi è il giorno della sentenza di primo grado per i due imprenditori viterbesi Manuele Pecci e Emanuele Erasmi, finiti ai domiciliari quattro anni fa con l’accusa di essersi rivolti al sodalizio italo-albanese dei boss Ismail Rebeshi e Giuseppe Trovato per risolvere “vertenze” con due clienti, uno che si lamentava di un trattamento estetico e l’altro che non pagava i lavori fatti.
Erasmi e Pecci, per fatti risalenti al biennio di fuoco 2017-2018, rischiano una condanna a sette anni e mezzo di reclusione. L’operaio romeno Ionel Pavel, tuttofare di Rebeshi, rischia invece una condanna a 9 anni e nove mesi di carcere.
Il collegio si ritirerà in camera di consiglio in mattinata, dopo che la parola sarà tornata per le repliche, se vorrà, al pm Fabrizio Tucci. In giornata è attesa la sentenza.
Pecci e Erasmi, tra i tredici arrestati dell’operazione Erostrato del 25 gennaio 2019, nove dei quali condannati in via definitiva per associazione di stampo mafioso, devono rispondere di estorsione con l’aggravante del metodo mafioso, quest’ultima contestata anche a Pavel che, dal canto suo, avrebbe “collaborato” ad attentati intimidatori e altre azioni del sodalizio, tra cui l’incendio della vettura di un carabiniere e del titolare di un compro oro.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
