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“Ospedale di Belcolle, mio nonno è stato legato al letto e imbottito di calmanti”

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Viterbo - Belcolle

Viterbo – Belcolle


Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Il 23 dicembre mio nonno è caduto nella residenza in cui alloggiava da qualche tempo per una demenza senile. Avendo dei dolori forti al petto, hanno deciso di chiamare il 118 ed è stato portato al pronto soccorso di Viterbo.

Il giorno seguente ci hanno chiamato per avvisarci che, oltre a delle costole rotte era risultato positivo al Covid-19 e quindi sarebbe stato portato al reparto di medicina Covid-19. Abbiamo chiesto gli orari di visita per potergli portare i pigiami e qualcosa per la permanenza, ci hanno detto che per quel giorno era passato l’orario, ma potevamo andare nel pomeriggio.

Gentilmente ci hanno fatto entrare per vederlo. Oltre al dolore al fianco e una brutta tosse era il nonno di sempre ma, premetto, sto parlando di un signore di 86 anni con una demenza senile. Il giorno seguente, ci ha chiamato per telefono tutta la giornata, dicendo che gli faceva male il fianco ma che stava bene.

Arriviamo al 26 dicembre, giorno in cui mi sono presentata alle 12,30, orario di visita del reparto. Hanno aperto le porte alle 12,45 e il tempo che tutti ci siamo messi il camice e i guanti per poter accedere al reparto si sono fatte le 13. Mio nonno era in corridoio, deperito, bianco, con un labbro nero e una mano fasciata. Mi ha riconosciuto e l’ho accompagnato nel letto, mi trovavo in una stanza in cui due signori, in stato quasi vegetale, non riuscivano a muoversi. Ci hanno portato il pranzo, ho aiutato mio nonno a mangiare mentre cercava di dirmi che la sera precedente era successo qualcosa e continuava a ripetermi che “quel signore era cattivo”.

Davanti a noi c’era una signora che cercava di strapparsi i fili e spogliarsi, nessuno si è presentato ad aiutare questi signori a mangiare e i loro pranzi sono rimasti lì fino alle 13,45, momento in cui è entrata un’infermiera che ha iniziato a dire qualcosa. Ho cercato di chiedergli informazioni, ma ha fatto finta di non sentirmi e se ne è andata di nuovo. Sono uscita, ho lasciato mio nonno nel letto con il telefono carico, in modo che poteva chiamarci, ma non ci ha chiamato e questa cosa ha iniziato a sembrarci strana.

Il giorno seguente chiamiamo il reparto, ci rispondono che la dottoressa era a fare le visite, di chiamare dopo le 13,30, così facciamo e ci dicono di lasciare il numero e che ci daranno loro informazioni appena possibile.

Alle 18,30 andiamo all’orario di visita previsto. Troviamo mio nonno legato al letto e in stato confusionale, chiediamo di farlo alzare per farlo mangiare, ma non trovano le calamite. Passano 20 minuti prima che riescono a trovarle, cerchiamo di farlo mangiare, ma si addormenta e non riesce a stare in piedi.

La sera finalmente ci chiama la dottoressa. Ci dicono che lo hanno dovuto legare perché non riuscivano a tenerlo fermo in quanto gli avevano dovuto mettere il catetere. Chiediamo della mano fasciata e del labbro nero e ci dicono che era caduto sbattendo nel comodino. Chiediamo se è ancora positivo al Covid-19 e ci rispondono che ancora non hanno effettuato un tampone.

Ora non entro nel merito delle procedure di un ospedale, perché mi trovo impreparata in merito, ma questo scempio non è ammissibile a livello umano.

Credo che prima di legare una persona in un letto e imbottirlo di calmanti al punto di non tenersi in piedi sia giusto e doveroso avvisare i famigliari per chiedere un’assistenza continua per potersi prendere cura del paziente. Credo che sia giusto e doveroso aiutare i pazienti a mangiare e dargli la giusta assistenza perché non è ammissibile che una persona venga trattata in questo modo.

Scrivo a Tusciaweb per far presente questa situazione in un reparto difficile, dove molti pazienti non possono avere visite in quanto oltre ad avere orari ridotti è rischioso anche per chi entra. E non è detto che tutti possono avere modo di farsi aiutare e vedere con i propri occhi come sono trattati i loro cari.

Sara Corsi


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