Viterbo – “Una scena da film western”, così la vittima ha descritto durante il processo il blitz col boss di mafia viterbese costato a Manuel Pecci una condanna a 4 anni e 8 mesi per estorsione con metodo mafioso, la cui entità ha suscitato scalpore nonostante l’accusa avesse chiesto ben sette anni e mezzo di reclusione.
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Il 33enne viterbese, titolare di un salone di bellezza tra la Trinità e San Faustino, secondo l’accusa, all’ora di pranzo del 13 dicembre 2017, si sarebbe fatto accompagnare dal boss Giuseppe Trovato al ristorante del cliente, che gli aveva fatto scrivere dall’avvocato per un trattamento estetico mal riuscito.
“Pecci piombò al ristorante come un pavone perché protetto dal boss Giuseppe Trovato”, ha detto in tribunale la presunta vittima durante il processo. Un “fatterello”, secondo i difensori Carlo Taormina e Fausto Barili.
Pecci, all’udienza del 7 gennaio 2021, di è difeso: “Quando Trovato ha saputo che avevamo discusso e che mi aveva fatto scrivere da un avvocato, si è messo in mezzo, dicendomi che avrebbe parlato con entrambi per trovare una soluzione amichevole”.
Uno che ragiona con la “logica della piattola” il boss Trovato, per la difesa. Uno che avrebbe usato Pecci come “strumento per arrivare a Piero Camilli”.
“Ha fatto tutto Trovato da solo – per la difesa di Pecci – in totale autonomia, insinuandosi nella vicenda col cliente pensando di approfittarne per raggiungere il suo scopo, senza riuscirci, perché tutto è iniziato e finito nello stesso giorno, il 13 dicembre, quando il ristoratore lo ha mandato a quel paese e Pecci, dopo quaranta minuti, quando lo ha riaccompagnato in auto dicendogli che voleva dargli una lezione perché gli aveva mancato di rispetto e se contattava il figlio di Camilli, ha capito con chi aveva a che fare, è sbiancato, è rimasto terrorizzato, non vedeva l’ora di andarsene, chiudendosi dietro lo sportello e ogni relazione, anche di lavoro, con Trovato”.
La presunta vittima, ascoltata in aula dal collegio durante l’udienza del 15 ottobre 2020, spiegò anche perché non si fosse costituita parte civile al processo e non avesse all’epoca sentito l’esigenza di sporgere querela.
La prima volta Trovato sarebbe giunto “con un paio di albanesi”, convocandolo al suo tavolo a fine pranzo per un amaro. “Non furono né arroganti, né cattivi, né minacciosi. Non l’ho sentita come una intimidazione. Trovato mi disse che sapeva che tra me e Pecci c’era stata una discussione, mi disse di non andare da avvocati o carabinieri e si fece carico di trovare lui una soluzione. Decidemmo un incontro tra me e il mio dermatologo, Pecci e il suo dermatologo. Ma siccome non si fecero più sentire, né trovare, dopo qualche giorno feci scrivere a Pecci da un avvocato”, ha spiegato il ristoratore.
Trovato a quel punto piombò nuovamente nel suo locale il famoso 13 dicembre di sei anni fa, stavolta insieme a Pecci. Non per mangiare e con fare intimidatorio.
“Mi fecero uscire fuori e Manuel venne come un pavone, sventolando la lettera e aggredendomi verbalmente, perché si sentiva protetto da Trovato che intanto diceva ‘te lo avevo detto di non mettere in mezzo avvocati’. Pecci invece urlava ‘il danno te lo sei fatto da solo, hai preso il sole’. Io allora gli risposi che anche se aveva Peppe dietro lo menavo uguale. Al che Trovato si intromise dicendomi ‘così manchi di rispetto pure a me’”.
“Dissi loro di andare via e loro, come se fosse un film western americano, mi hanno detto ‘vai, vai, adesso puoi tornare dentro’“, ha raccontato il ristoratore, interrogato dal pm antimafia Fabrizio Tucci.
A quel punto il ristoratore decise di invitare a cena Trovato nel suo locale: “Siccome la mia preoccupazione non era fare denunce, bensì evitare di rimanere deturpato, decisi di prendere delle contromisure. Convenimmo che per il momento avrei lasciato perdere, dato che secondo il mio dermatologo, con cure adeguate, le cicatrici sarebbero probabilmente sparite. Rimanemmo d’accordo che se così non fosse stato, lo avrei chiamato e ci avrebbe pensato lui a trovare una soluzione con Pecci”.
Silvana Cortignani
Le tre condanne in primo grado del 19 dicembre 2023
– Manuel Pecci: 4 anni e 8 mesi di reclusione (800 euro di multa)
– Emanuele Erasmi: 4 anni (800 euro di multa)
– Ionel Pavel: 3 anni
Le nove condanne definitive del 31 gennaio 2023
– Giuseppe Trovato: 12 anni e 9 mesi di reclusione (13.400 euro di multa)
– Ismail Rebeshi: 10 anni e 11 mesi (9.500 euro di multa)
– Spartak Patozi: 8 anni e 8 mesi (5.300 euro di multa)
– Gabriele Laezza: 7 anni (5.800 euro di multa)
– Shkelzen Patozi: 6 anni e 4 mesi (5.200 euro di multa)
– Fouzia Oufir: 5 anni
– Gazmir Gurguri: 4 anni e 8 mesi
– Sokol Dervishi: 4 anni e 6 mesi
– Luigi Forieri: 3 anni e 6 mesi (caduta l’aggravante dell’associazione di stampo mafioso)
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
