Viterbo – (sil.co.) – Chiese aiuto al boss Giuseppe Trovato che gli disse “no”, imprenditore a processo per bancarotta. È stato condannato a un anno e mezzo di reclusione per reati tributari. A fine 2017 si sarebbe “sottomesso” al sodalizio di mafia viterbese.
Il tribunale di Viterbo – Veduta dall’alto
Dopo un attentato di “mafia viterbese” al negozio della figlia, aveva chiesto aiuto al boss Giuseppe Trovato per recuperare dei crediti. Gli avrebbe promesso, in cambio, di fare a metà. Ma l’affare non si fece, per via di una presunta truffa dell’imprenditore ai danni di un amico gioielliere del calabrese, all’epoca a capo con Ismail Rebeshi del sodalizio italo-albanese che stava mettendo a ferro e fuoco Viterbo.
Protagonista un imprenditore del capoluogo, che in effetti in quel periodo avrebbe vantato crediti per mezzo milione di euro dai suoi clienti. Somma che non sarebbe mai riuscito a riscuotere, motivo per cui è stato costretto a dichiarare il fallimento della sua azienda. Fallimento per il quale è finito sotto processo davanti al collegio presieduto dal giudice Jacopo Rocchi, che martedì lo ha assolto dall’accusa di bancarotta per distrazione, ma condannato a un anno e mezzo di reclusione per reati tributari relativi agli anni dal 2016 al 2019.
Era invece la fine del 2017 quando Trovato si vantava coi sodali di averlo sottomesso. “Però gli abbiamo fatto capire che non siamo minchioni, che qui comandiamo noi”, disse il boss parlando dell’imprenditore. Imprenditore che era andato da lui per “trattare”, in seguito agli attentati incendiari contro il compro oro della figlia. Il boss gli chiese e ottenne omertà e la riduzione degli orari di apertura dell’attività. In questo contesto l’imprenditore gli avrebbe chiesto di aiutarlo a recuperare i suoi crediti, in cambio della metà. Finì in un nulla di fatto.
Tornando al processo che si è chiuso martedì davanti al collegio, il pubblico ministero Paola Conti ha chiesto la condanna dell’imputato a tre anni di reclusione più le pene accessorie per entrambi i capi di imputazione. Il tribunale, sentito il difensore Miele, ha assolto l’imprenditore dall’accusa di bancarotta, condannandolo a un anno e mezzo di reclusione per la mancata presentazione dei documenti fiscali e contabili dal 2016 al 2019.
“L’attività del mio assistito era chiusa dal 2016 con 500mila euro di crediti, è stata attiva fino al 2016, mentre è stata dichiarata fallita a febbraio 2019, semmai doveva essere liquidata, ma non dovevano essere prodotti documenti fiscali e contabili”, ha sottolineato il difensore che, dopo la lettura della sentenza, ha chiesto la conversione della condanna nella pena sostitutiva dei lavori di pubblica utilità che, se accordati, prevedono la sospensione del processo e in caso di esito positivo l’estinzione del reato.
Il collegio ha rinviato per la definizione del programma al prossimo 19 marzo.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
